Domenico Carpita, medico romano: «A gennaio ho segnalato il primo focolaio Covid e ho chiesto l'uso delle mascherine, nessuno mi ha ascoltato»

Sabato 17 Ottobre 2020 di Simone Pierini
Domenico Carpita, medico romano: «A gennaio ho visto il primo focolaio e ho invocato l'uso delle mascherine, nessuno mi ha ascoltato»

«A gennaio ho invocato l’uso della mascherina ma nessuno mi ha ascoltato». Domenico Carpita è un dottore di medicina generale della Asl Roma 5, internista, docente alla scuola di formazione di medicina del Lazio e da marzo professore incaricato alla Sapienza. Nei primi giorni del 2020 i suoi pazienti hanno mostrato strani casi di influenza, diversa da quanto vissuto nei suoi trentanove anni di servizio. In una sola settimana si è trovato di fronte a 250 visite, dalle otto di mattina fino a sera, senza sosta.

I pazienti presentavano naso congestionato, tosse secca, febbre e difficoltà respiratorie. Ha capito che qualcosa non andava, così si è prima confrontato con i suoi colleghi e poi - il 10 gennaio - ha scritto una lettera al Corriere della Sera. Il giornalista Aldo Cazzullo l’ha pubblicata il 19 gennaio. Parole che in quei giorni passarono inosservate. Ma il dottor Carpita stava parlando del Covid. Ovviamente non sapeva cosa fosse perché le prime notizie dalla Cina arrivarono a fine gennaio. Per lui però l’unica soluzione per affrontare questa strana sintomatologia era utilizzare le mascherine.

Dottor Carpita cosa ha visto a gennaio?
«Probabilmente il primo focolaio di Roma. Mi sono trovato di fronte a tantissimi casi di una strana influenza che colpiva le alte vie respiratorie. L’influenza classica non provoca raffreddore e sinusite. Invece i miei pazienti avevano il naso congestionato per molti giorni, presentavano tosse secca e difficoltà respiratorie difficili da trattare. Facendo le lastre abbiamo visto l’interessamento interstazionale. Oltre 250 visite in una settimana, una cosa mai vista prima». 

E cosa ha fatto?
«Ho detto a tutti di indossare la mascherina. In quel periodo avevo studenti nello studio e anche a loro ho detto che dovevano proteggersi. Ho fatto lo stesso all’Istituto Betania Emmaus a Fonte Nuova applicando disposizioni rigidissime: mascherine e divieto di visitare i pazienti anziani. Nonostante l’evoluzione dei mesi successivi nell’istituto non abbiamo avuto morti né malati».

Poi?
«Ho parlato con i colleghi e chiesto se avessero notato anche loro questi casi. In 39 anni di professione mai ne avevo visti così tanti. Così ho deciso di scrivere la lettera al Corriere della Sera che poi è stata pubblicata da Aldo Cazzullo. Invocavo l’uso della mascherina per tutti, dovevamo proteggerci. Invitai anche a evitare di scambiarsi gli auguri di buon anno con gli amici e i parenti: niente baci, niente abbracci, quell’influenza era troppo aggressiva. Sono stato il primo in Italia a farlo quando il Covid ancora non era conosciuto».

 

LA LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA 

In pratica invocava le attuali disposizioni anti Covid.
«Se anche gli esperti, i virologi e il comitato tecnico scientifico - invece di andare in televisione a battibeccare - avessero imposto da subito l’uso obbligatorio della mascherina a quest’ora la situazione sarebbe diversa».

Perché non lo hanno fatto?
«Perché non hanno colto la necessità. Hanno conoscenze di laboratorio ma di clinica ne fanno ben poca. Quando si sono accapigliati sull’uso della mascherina è stata una cosa indecorosa. Non ce n’erano? Io me la sono fatta fare a casa. Le altre chirurgiche che avevo le ho distribuite agli studenti. Ma anche l’Oms è stata vergognosa su questo aspetto. Poi è arrivato Crisanti da Padova ed è venuta fuori la verità sui diffusori asintomatici. Se mi avessero ascoltato a gennaio... hanno sprecato ore. Un balletto indecoroso. In televisione avrebbero dovuto ospitare i medici in trincea».

Quando ha capito che si trattava di Covid?
«Quando è arrivato l’annuncio a fine gennaio dalla Cina ho compreso che io avevo affrontato il primo focolaio. Io stesso sono stato male a febbraio, probabilmente contagiato dai pazienti che ho curato. Sono riuscito a curarmi da solo, non potevo assentarmi e non sapevo ancora fosse Covid. Poi ho fatto il sierologico ma sono risultato negativo».

Quindi non è stato infettato?
«Io credo di sì invece. Ho avuto tanti pazienti che sono risultati positivi al tampone, che hanno sviluppato la malattia e che poi sono risultati negativi al sierologico. Questo virus è strano, non produce gli stessi anticorpi in tutti i pazienti. E in tal senso anche per il vaccino sarà dura combatterlo».

Sulla forza del virus in questo momento cosa pensa?
«La mia impressione di clinico? Lo scopo di un virus non è quello di uccidere. Sono particelle incomplete che hanno bisogno di una cellula per riprodursi, hanno bisogno di ospiti, si servono delle cellule animali o umane. Quando un virus uccide l’ospite finisce sotto terra insieme alla vittima e ha perso. I virus che vanno avanti sono i più attenuati. I virus più aggressivi muoiono. Per questo ora non abbiamo rianimazioni piene e camion di morti. Ci difendiamo meglio con le misure che finalmente sono entrate nell’uso comune. In questo modo si riduce la carica infettante. Se un soggetto ne prende meno si ammala di meno. Poi sta colpendo molti giovani, tra i malati ne ho molti e la malattia si sviluppa come un’influenza».

Il sistema sanitario però è in crisi.
«Ho diversi malati in casa che dovrebbero ricevere il tampone. Io non posso farli uscire in macchina con la febbre con un altra persona accanto. Io penso che se non si fa qualcosa adesso saremo costretti a un’altra “quaresima”. Se arriviamo con questi numeri alle feste natalizie il lockdown sarà inevitabile. Mancano risorse finanziare per migliorare il sistema».

Cosa si può fare?
«Bloccare la diffusione subito e prendere il Mes, bloccato solo da questioni ideologiche del governo. Il servizio sanitario è sotto finanziato da troppi anni, logiche di risparmio assurde. È il settore più penalizzato e l’emergenza ha dato il colpo di grazia».

Ultimo aggiornamento: 19:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA