Il maresciallo Chicca Lopez e il giallo di Santa Croce

Domenica 28 Febbraio 2021 di Ilaria MARINACI

Un'incisione sul libro della Regola che regge fra le mani la statua di San Benedetto, posta sulla facciata di Santa Croce. Tre nomi e un numero che, complice il cantiere di restauro proprio della facciata della basilica, permettono al maresciallo dei Carabinieri Chicca Lopez di riaprire un vecchio caso rimasto irrisolto. Parte da qui il secondo giallo di Gabriella Genisi dedicato alle indagini della Lopez, la carabiniera salentina che ha esordito, nella produzione della scrittrice barese, due anni fa nel libro “Pizzica Amara”. Questo nuovo romanzo, che esce martedì edito come il precedente da Rizzoli, si intitola proprio “La regola di Santa Croce” ed è nato dopo che la Genisi, avendo fortuitamente conosciuto in treno Valentino Nicolì, proprietario della ditta che ha curato il restauro della facciata di Santa Croce, ha potuto fare una visita al cantiere, che per due anni, il tempo dei lavori è stato reso visitabile a chiunque volesse osservare a distanza ravvicinata putti, statue, rosone e ornamenti del celebre prospetto barocco della basilica grazie all'ascensore in uso agli operai. Un'esperienza unica e irripetibile.

«Appena finita la visita, nella mia testa stava già prendendo forma questa storia», spiega la scrittrice, mamma anche del vicequestore barese Lolita Lobosco, che, da domenica scorsa, è approdata sul piccolo schermo nella fiction di Raiuno con Luisa Ranieri. Fiction che torna oggi con il secondo episodio e che è stata salutata con un boom di ascolti e altrettante polemiche. Ambientata a Bari, è stata contestata proprio dai baresi che non hanno apprezzato l'accento marcato dei protagonisti, giudicandolo un po' troppo macchiettistico.

Gabriella, come ritroviamo il maresciallo Lopez in questa seconda indagine?

«L'avevamo lasciata molto provata dalla conclusione della vicenda di Pizzica Amara e la ritroviamo reduce da sei mesi di aspettativa dal lavoro, il tempo di curarsi le ferite. Quando torna al Comando dei Carabinieri di Lecce, scopre, però, che l'hanno tolta dal Nucleo Investigativo e destinata a un lavoro d'ufficio nel Nucleo per la Tutela del Patrimonio culturale, con mansioni di fatto meno operative. Di questo depotenziamento Chicca soffre moltissimo, visto che pensava, invece, di meritare forse una promozione, avendo anche rischiato la vita. Le capita, però, per puro caso di fiutare un'indagine su un cold case, un caso irrisolto di scomparsa di una ragazza e del suo amante che risale alla fine del Novecento. La Lopez si butta a capofitto in questa indagine che riserverà una serie di sorprese».

Al centro di questo caso c'è Santa Croce.

«Sì, perché è stato proprio lì che ho avuto la folgorazione. La visita sui ponteggi del cantiere della facciata è stata un'esperienza strepitosa. In mezzo ai fregi barocchi e a quel tripudio di allegorie, di putti e di bestiari, ho scoperto che c'è un libro, la Regola di San Benedetto. Avevo il contratto per il secondo capitolo e in mente un'altra storia, ma quando sono scesa dall'impalcatura, stava già nascendo nella mia testa La regola di Santa Croce».

Nel romanzo c'è una parte dedicata all'adolescenza. Perché?

«Quelli che racconto sono adolescenti degli anni Ottanta, dai quali viene fuori un tratto di spensieratezza e di aspettativa, completamente diverse da quelle dei ragazzi di oggi. Si viveva più proiettati all'esterno, mentre, soprattutto ora, in piena pandemia, ci si chiude al mondo e i giovanissimi sono costretti a fare a meno di quei legami fondamentali con cui ci si forma: gli amici, il gruppo. Nella situazione attuale, mi sembra che i ragazzi stiano perdendo quel passaggio, essendo più legati nella realtà virtuale. Eppure quella condivisione di esperienze è decisiva per la crescita. Ciò che viviamo nell'adolescenza ci segna nel cammino successivo».

In Pizzica Amara, avevamo lasciato la Lopez anche in crisi rispetto alla sua identità sessuale fluida. Ci saranno evoluzioni?

«Per il momento Chicca resterà ancora irrisolta. Continua a leggere dentro se stessa. Ci sarà sicuramente un terzo romanzo con lei protagonista e sarà allora che farà chiarezza su quello che sente».

Nel frattempo, in sella alla sua Bonneville, si muove da una parte all'altra del Salento.

«Viene fuori un Salento bellissimo, come di fatto è. Ma io cerco sempre di mettere in luce il chiaro e lo scuro, il bene e il male. Da qui i riferimenti alla Xylella, come nel precedente. Sebbene se ne parli molto meno, è ancora presente e sta cambiando l'aspetto morfologico del paesaggio».

Parlando della fiction su Lolita, invece, cosa pensa delle polemiche sollevate dai baresi sul dialetto?

«La serie è stata premiata da un boom di ascolti con il risultato più alto della stagione. Mi ha sorpresa il dibattito che ne è scaturito nella mia città. È una produzione pensata per il territorio nazionale, non per una tv locale. In tutta Italia, il prodotto è stato apprezzato ma Bari non si è riconosciuta nel linguaggio. Va detto, però, che nei miei libri Lolita non parla il dialetto puro barese, ha una sua cadenza particolare e la Ranieri si è rifatta al mio personaggio».

Lolita e Chicca sono molto diverse fra loro. Ma c'è qualcosa che ha voluto le accomunasse?

«In comune hanno la schiena dritta e un senso di etica e di morale molto alto, il pensare al lavoro e non piegarsi ai compromessi, nonostante le difficoltà del loro essere donne in ambienti prevalentemente maschili».

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