L'intervista. Pellizzari e il romanzo
dei valori capovolti

Giovedì 20 Marzo 2014 di Gluliano PAVONE
Tommaso Pellizzari
Un giornalista usa il denaro di una vincita al Superenalotto per fondare un movimento politico il cui scopo ultimo l’estinzione del genere umano. È lo spunto iniziale di “Movimento per la Disperazione” (Baldini&Castoldi, 208 pagine, 14,90 euro), insolito e notevole romanzo di Tommaso Pellizzari.

La visione del protagonista, Michele Rota, incarna l’antipolitica nel senso più profondo del termine: quello di chi ritiene la politica, qualsiasi politica, ormai incapace di ottenere obiettivi in un’epoca caratterizzata da estremo individualismo. L’unico obiettivo è dunque la fine dell’uomo, nella convinzione che il meglio sia irreparabilmente alle spalle.

Pellizzari, che lavora al Corriere della Sera, ha strutturato la narrazione come una sequenza di reperti (stralci di conversazioni in chat, intercettazioni telefoniche, articoli di giornale…) la cui resa grafica - grazie al certosino lavoro editoriale - è efficace e suggestiva.



Pellizzari, il romanzo arriva alla pubblicazione a ben cinque anni dalla fine della sua prima stesura, ma curiosamente sembra più attuale oggi che quando l’aveva appena scritto. Concorda?

«La cosa incredibile è che è stato scritto in pieno berlusconismo, proprio quando sembrava che quella fase politica dovesse durare all’infinito. Parlai a Raul Montanari della mia idea di un romanzo su un nuovo soggetto politico e lui mi convinse che il berlusconismo, come idea di cambiamento, era in realtà già finito. Mi incoraggiò quindi a pensare qualcosa che andasse oltre. In effetti nel romanzo Berlusconi non viene mai citato se non, in un caso, indirettamente. Nel frattempo iniziava ad affermarsi il grillismo, ma sono stato ben attento a non creare sovrapposizioni fra il Movimento 5 Stelle, che ha in sé degli aspetti propositivi, e il Movimento per la Disperazione che invece è totalmente nichilista».



Però l’identikit di un uomo che fonda un movimento che rompe coi partiti tradizionali e cresce attraverso la rete, arrivando a spaventare destra e sinistra fino a indurle a presentare un candidato unico, corrisponde sia a Grillo sia a Rota…

«Evidentemente perché siamo partiti dagli stessi presupposti teorici, io nella finzione e lui nella realtà. Questo libro è stato per me il portato di anni di studi iniziati ai tempi dell’università, oltre che la trasposizione in romanzo di “Trenta senza lode”, il mio saggio sui trentenni pubblicato nel 1999. Ho iniziato il libro scrivendo i discorsi di Rota, e poi mi sono sforzato di costruire una piattaforma programmatica come un vero movimento. Una realtà politica che si afferma negli anni Duemila non poteva che essere immaginata così, basata su un leader carismatico e sull’uso delle tecnologie della comunicazione. Alla fine, dopo Grillo, ci è arrivato anche il Pd».



Il Movimento per la Disperazione tratta con approccio estremo temi anche molto delicati. Quali argomentazioni desterebbero maggiore scandalo se esistesse davvero un Michele Rota?

«In Italia sicuramente quelle sull’eutanasia, come l’introduzione del reato di apologia del dolore, cioè punire duramente chi si oppone all’eutanasia per chi la desidera. Il delirio del nostro Paese nei giorni della morte di Eluana Englaro è indicativo della totale incapacità di ragionare laicamente sul dolore e sulla morte, un aspetto che distingue l’Italia dal resto del mondo».



La domanda è banale, ma vista l’originalità del testo forse inevitabile: quanto c’è di Michele Rota in Tommaso Pellizzari?

«Questo libro non è per niente autobiografico ma al contempo contiene tutta la mia vita. È come se su una serie di questioni avessi detto la mia parole definitiva, tanto è vero che per ora non ho in mente altri romanzi, ed è possibile che non ne scriva più».
Ultimo aggiornamento: 17:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA