Corrado: «Per ripartire, un patto sociale fondato sull'umanità. La Chiesa ha sempre un posto in più a tavola»

Domenica 31 Maggio 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Vincenzo Corrado (Foto Siciliani-Gennari/Cei)
Vincenzo Corrado, lei è il primo laico a guidare l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana. Ruolo di prestigio: è il segno di qualcosa che cambia nella Chiesa?
«Più che di prestigio è un ruolo di servizio, cifra costitutiva del lavoro quotidiano dell’Ufficio nazionale a favore della Segreteria Generale della Cei, degli altri Uffici, delle diocesi e nei rapporti con i media. La mia nomina si pone nella scia di scelte già percorse da papa Francesco per il Dicastero per la comunicazione e per la Pontificia Università Lateranense. Credo che la comunicazione e la cultura possano essere un terreno fertile in cui avviare processi positivi con il coinvolgimento attivo dei laici».
La sua nomina è arrivata poco prima dell’emergenza coronavirus. La comunità dei fedeli ha vissuto come un trauma la drastica limitazione delle funzioni religiose, il dolore dell’estremo saluto senza funerale e perciò senza conforto. Quanto è stato difficile attraversare anche questo “deserto”?
«È stata una situazione inedita per tutti. E credo che l’immagine del deserto sia quanto mai efficace. Per l’aridità e la complessità del cammino svolto e da svolgere, si può avere una visione offuscata dalla stanchezza e dalle difficoltà oppure allargata verso quell’oasi che dà ristoro. È tutta questione di sguardo sulla realtà e, in questo caso particolare, sull’umanità».
Cosa le ha trasmesso l’immagine delle chiese chiuse?
«Le chiese non sono state mai chiuse, tranne in qualche diocesi dove l’emergenza lo richiedeva. Nei mesi di maggior sofferenza e di dolore, la Chiesa italiana ha condiviso le limitazioni imposte a tutti dall’emergenza sanitaria, ma ha anche moltiplicato le proposte che hanno potuto contare sul supporto decisivo dei media e della rete. La sospensione delle celebrazioni con il popolo è stata sicuramente una privazione sofferta per tutti, ma come ogni digiuno ben motivato ha alimentato il desiderio e sostenuto l’attesa della celebrazione, ripresa dal 18 maggio con la presenza dei fedeli. Non bisogna dimenticare che le opere di carità e di prossimità, in questo tempo, si sono moltiplicate in modo straordinario: è la testimonianza di una Chiesa viva».
Le messe in diretta facebook e il Rosario recitato in streaming hanno portato il credo religioso in tutte le case, anche con manifestazioni singolari come quella del prete youtuber. Si aspettava questa capacità plastica di un’istituzione millenaria? Insomma: la Chiesa ha scoperto una vocazione “social”?
«Non sono rimasto sorpreso: in tutti i grandi processi culturali e sociali la Chiesa ha sempre interpretato le domande e fornito le risposte. Capita di pensare alla Chiesa come a una struttura forse un po’ atavica, ma non è così. La dimensione “social” ne dà testimonianza: creatività e capacità di adattamento sono naturali e insite nel nostro Dna».
La comunicazione ha avuto anche in questa occasione la possibilità di utilizzare la potenza evocativa di immagini simboliche: su tutte, papa Francesco solo in una piazza San Pietro vuota per la benedizione Urbi et Orbi. Il messaggio ridotto all’essenza oltre il frastuono mediatico. Ma la ricchezza della dottrina e la povertà dei simboli riescono ad avere un punto di equilibrio? E se sì, in cosa?
«Nell’essenza del messaggio: non servono tante parole ma quelle giuste per comunicare. Il Vangelo ci ricorda che Cristo s’incarna nella nostra storia in una situazione di estrema povertà: genitori in fuga, nascita in una capanna... Ecco qui, dunque, la ricchezza della dottrina e la povertà dei simboli. L’umanità, salvata e redenta da un dono di amore; la simbologia scarna ed essenziale. Il punto di equilibrio sta nell’affidamento, che sa attraversare tutte le nostre povertà per aprirsi alla profondità del Mistero».
Molti hanno teorizzato una rivolta della natura; qualcuno ha azzardato l’ipotesi del castigo divino. Eccessive e irreali, entrambe le idee rimandano a uno stesso concetto: l’uomo ha esagerato. Se sì, in cosa?
«In una visione chiusa e ripiegata su se stesso. Insomma, nell’individualismo esasperato. Papa Francesco l’ha messo in evidenza nell’enciclica Laudato Si’. Basta leggere il numero 137 per comprendere la visione profetica: “Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali”. La frammentarietà richiede ora di essere ricomposta dall’integralità dell’umano».
Molti, proprio a causa della pandemia, hanno riscoperto il valore della spiritualità e della religiosità. Dov’è l’attualità del messaggio evangelico?
«In ogni uomo c’è uno spiraglio che lo apre al trascendente e si manifesta in gesti di religiosità che anch’essi, nell’emergenza, aiutano ad attraversare il guado. La fede è come un cemento e anche la religiosità è espressione di questo desiderio, sempre presente, forse un po’ sopito dal tam tam quotidiano, ma che ora è riemerso in tutta la sua profondità. L’attualità del messaggio cristiano è nell’amore infinito che si dona e ri-dona per la salvezza di tutti».
Nei luoghi di culto avremo presenze distanziate e limitate. Ma il numero di fedeli era in continua e costante riduzione. Da dove crede si possa ripartire per un’inversione di rotta?
«Dalla testimonianza. Come affermava Benedetto XVI: “La Chiesa cresce per attrazione e non per proselitismo”. La comunità delle origini, descritta negli Atti degli apostoli, fornisce tutti gli ingredienti necessari per una vita gioiosa, aperta all’annuncio della fede e alla condivisione. Il numero dei fedeli in chiesa sarà pure in calo, ma le persone che si rivolgono alle Caritas sono in aumento. È la stessa Chiesa-madre che a tavola ha sempre un posto in più da aggiungere, non solo per i suoi figli. È il “boccone del povero” che ha i tratti del Cristo sofferente».
L’ondata di coronavirus lascerà, oltre ai lutti, evidenti lacerazioni sociali. Fin da subito, appunto, si è imposto in termini drammatici il problema delle nuove povertà. Occorrono sforzi e impegni straordinari.
«La Cei, ad oggi, ha stanziato oltre 200 milioni di euro, provenienti dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, per rispondere alle diverse emergenze che la pandemia ha generato. In questo momento c’è un ruolo chiaro per tutti: “fare squadra”, partendo dagli ultimi, puntando sulla solidarietà».
Nelle difficoltà economiche allignano tensioni che rischiano di degenerare in violenza. C’è molto da fare, oltre alla solidarietà.
«Il contesto attuale è reso instabile da una congiuntura che non ha eguali. La globalizzazione ha svelato l’altra faccia della medaglia: quella della malattia, della sofferenza, del dolore, del lutto, della fragilità. È chiaro che bisogna ripensare le priorità e ridisegnare una nuova economia, rispettosa dell’uomo e del creato, sul tracciato aperto dall’enciclica Laudato Si’. Oggi, più che mai, è necessario un patto sociale che lanci una nuova visione della società, non fondata sulla ricchezza, ma sull’umanità».
Lei è salentino di nascita. Il Sud rischia di pagare un prezzo ancor più alto, in termini di impoverimento ma anche di rafforzamento delle organizzazioni criminali proprio attraverso la fornitura di aiuti e servizi. Questo chiama in causa la politica come capacità di governare fenomeni complessi. Ottimista o pessimista?
«Bisogna essere sempre ottimisti. Ciascuno di noi è parte vitale di un tessuto in cui è inserito. Conosco bene le dinamiche meridionali. Cedere allo sconforto fine a se stesso non apre prospettive e visioni. Ciascuno - secondo le proprie possibilità, il proprio ruolo, il proprio impegno quotidiano - può essere costruttore di una società positiva. L’apertura e il calore, tipici del nostro Sud, sono un ottimo punto di partenza. Non cadere in tentacoli che stritolano, ma aprire cuore e mente verso le nuove generazioni. A loro dovremo delle risposte. Mi auguro siano sempre ottimiste».
Che rapporti ha mantenuto con la sua terra d’origine?
«La mia terra è il mio cuore. Pulsa emozioni e sentimenti, che sono vitali. Prendo a prestito un verso dello scrittore Romano Battaglia: “Per vivere la spiritualità e la realtà della vita dovremmo imitare gli alberi con i rami alti che sfiorano il cielo e le radici aggrappate profondamente alla terra”. Le mie radici sono nella mia terra».
Crede che questo pezzo d’Italia riuscirà a superare l’ennesima prova? Il turismo, punto di forza, è messo in dubbio dagli effetti delle misure di contenimento della pandemia. Sapranno il Salento e la Puglia progettare un nuovo inizio?
«Ne sono certo! Il Salento e la Puglia hanno saputo dimostrare una grande progettualità nei decenni. Sono sicuro che, nonostante la crisi, emergerà ancora una volta la capacità di leggere il tempo presente con creatività. Ogni crisi porta con sé anche delle opportunità. Progettare significa soprattutto guardare al domani, partendo dall’oggi. Sogno un nuovo inizio che sappia valorizzare, ancor di più, le ricchezze storiche, culturali e ambientali della nostra terra».
Come ha vissuto da lontano i suoi affetti, con i parenti rimasti qui?
«La tecnologia ci permette di annullare le distanze. Eppure l’affetto ha bisogno di quel contatto fisico che esprime appieno la gioia dello stare insieme. Le giornate trascorse in famiglia, a Roma, sono state attraversate dalla preoccupazione, mia e di mia moglie, di non far percepire alle nostre bambine l’incertezza del momento. Le loro lacrime per la lontananza di nonni, zii e cugini ci hanno segnato: sono un’esperienza di vita che porteremo con noi per sempre. Appena avremo la possibilità di tornare, la prima cosa e la più bella sarà guardarsi negli occhi (gli abbracci, in questo momento, purtroppo dobbiamo evitarli) e, con la profondità che solo lo sguardo sa dare, dirsi: finalmente eccoci, ci siete mancati, vi vogliamo bene».
In definitiva, cosa ci insegna questa terribile esperienza?
«Siamo tutti “sulla stessa barca”, ha detto papa Francesco durante il momento straordinario di preghiera, in una piazza San Pietro deserta, lo scorso 27 marzo. E poi ha aggiunto: siamo “tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda”. La pandemia ci ha messo a nudo, ci ha spogliati delle nostre certezze. Nello stesso tempo, ci ha fatto capire quanto sia importante farsi prossimi all’altro che soffre. L’immagine della barca non è solo fisica ma anche esistenziale. Siamo tutti parte della stessa umanità: in questa imbarcazione, tutti insieme, possiamo solcare il mare della vita. Anche nelle difficoltà».

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