L'intervista/Razzante: «La rete? Ora torni a essere un mezzo e non il fine»

Mercoledì 23 Dicembre 2020

Ilaria MARINACI
«La Rete è un mezzo da usare, non può essere il fine delle nostre vite». A due anni di distanza da L'informazione che vorrei, dedicato alle sfide attuali e alle priorità future legate all'uso della Rete, Ruben Razzante ha curato un nuovo volume, sempre uscito per Franco Angeli, La Rete che vorrei Per un web al servizio dei cittadini e delle imprese dopo il Covid-19, raccogliendo una serie di autorevoli voci (i colossi del Web, le tv, le istituzioni, il mondo produttivo e i centri di ricerca) che hanno fornito spunti di riflessione molto interessanti sul suo utilizzo consapevole e sulle prospettive future. Docente di Diritto dell'informazione all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Lumsa di Roma, Razzante, dallo scorso aprile, è uno degli esperti chiamati dal Governo nell'Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network.
Professor Razzante, cosa ci ha insegnato l'ampio uso della Rete fatto durante l'emergenza Covid?
«Sono emerse criticità profonde di due tipi: la prima è legata al divario culturale. Durante il primo lockdown, molte persone ultrasessantenni hanno cominciato a usare la Rete per la prima volta, attivando anche profili social. Sono aumentati utenti e problemi: queste persone, infatti, scontano un gap culturale con il mezzo e sono più esposte alle fake news. La seconda criticità è un divario tecnologico. In mancanza di banda ultralarga, si fa molta fatica a gestire contestualmente smart working, didattica a distanza, pagamenti digitali e altre attività. Insomma, non siamo ancora pronti per governare questa rivoluzione».
Come possiamo migliorare?
«Nel volume, ci sono segnali beneauguranti. Ciascuno dei 14 contributori, oltre a me, cita esempi positivi. Per esempio, come i colossi del web sono stati vicini agli utenti per cercare di guidarli nello svolgimento delle attività elencate prima. L'uso della Rete ha consentito al mondo e all'Italia di non bloccarsi, non possiamo più farne a meno, ma le nostre esistenze non possono esaurirsi negli spazi virtuali».
Lei ha rilevato un mutato racconto giornalistico fra la prima e la seconda ondata. Cosa è cambiato?
«Nella prima fase i giornalisti sono stati preziosi, rischiando anche la salute per trasmettere dagli ospedali. Un'occasione di riscatto dell'informazione di qualità, prodotta professionalmente. Da settembre, però, si è aperta una pagina diversa sulla quale ho molte riserve. In questo frangente, a mio parere, i giornalisti hanno contribuito a esasperare il clima nell'opinione pubblica».
Quali errori sono stati fatti?
«Non esercitare uno spirito critico sui dati, enfatizzando troppo il negativo. Per esempio, la contabilità giornaliera tiene sempre sullo sfondo il numero dei guariti. Bisogna essere equilibrati e applicare il principio della par condicio anche al Covid. Noto, invece, giornalisti troppo appiattiti sulle opinioni disfattiste di certi virologi, il che contribuisce al clima di sfiducia. Altra pecca: mi sarei aspettato più inchieste sul fatto che il virus non si cura solo in ospedale. Il Covid c'è, è pericoloso, uccide, ma molti hanno fatto una narrazione unilaterale nella direzione della drammatizzazione del negativo, che non giova alla comprensione del fenomeno. Venendo meno anche ad alcuni doveri deontologici».
E la comunicazione istituzionale?
«Credo sia mancata la trasparenza, come dimostrano le vicende di questi giorni. Me la aspetterei da forze politiche, come il M5S, che ne hanno fatto una battaglia meritoria per anni. Se costringi la gente a stare in casa a Natale dopo aver promesso che non l'avresti fatto, devi spiegare perché, visto che i dati di oggi sono migliori di quelli di un mese fa. Non basta dire che si teme la terza ondata».
La copertura mediatica sul Covid è stata eccessiva?
«Ho rilevato anche questo: in altri Stati le notizie sono meno ridondanti e meno totalizzanti. All'estero si racconta l'andamento della pandemia ma si dimostra che c'è vita oltre il Covid. Il passaggio è sottile: in Italia sembra che la gente viva per rispettare le misure di contenimento, negli altri Stati, invece, grazie anche ai media, rispetta le misure per continuare a vivere».
Circolano già fake news sui vaccini anti-Covid. Che fare?
«Il Governo dovrebbe fare un'opera di sensibilizzazione per valorizzare solo le informazioni riconducibili a fonti istituzionali e fondate su evidenze scientifiche, diffidando di tutte le opinioni che circolano. Che la mascherina serva a limitare il contagio è una verità acquisita. Altre notizie non verificate, che fanno capo a siti semisconosciuti e citano ricerche universitarie non presenti sui canali ufficiali, sono fake news a cui fare attenzione. Sarebbe auspicabile, quindi, che le campagne di vaccinazione fossero equilibrate e mirate proprio per rassicurare l'opinione pubblica. Si deve evitare di imporre l'obbligatorietà, lasciando libertà di scelta».
Lei insiste molto su un uso limitato dei social da parte dei giornalisti. Non significa limitarne la libertà di espressione?
«È una bella domanda alla quale rispondo negativamente. Credo sia proprio il contrario. I giornalisti devono esercitare correttamente la libertà di espressione, che non vuol dire sproloquiare, offendere o criticare colleghi o personaggi pubblici, divulgare segreti aziendali, seminare paura e sentimenti negativi fra i propri contatti. L'art. 2 del Testo Unico obbliga i giornalisti a rispettare la deontologia pure sui propri profili social. Se stiamo facendo anche con le istituzioni una battaglia per difendere la specificità dei giornalisti, più attenti e responsabili dei leoni da tastiera, perdiamo in credibilità accettando quella deriva. Anche nella sfida per costringere le grandi piattaforme a contribuire economicamente alla produzione dei contenuti giornalistici. Un post schierato lo può scrivere un non giornalista, non un giornalista che ha un ruolo importante nella società».
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