San Totò, "patrono" dell'allegria popolare

Sabato 27 Febbraio 2021 di Generoso PICONE

C'è un'immagine, che risalta tra le tante, nel "San Totò" di Paolo Isotta, l'omaggio reso dal grande critico musicale ad Antonio de Curtis in forma di appassionato, ricco, documentato tentativo di ritratto. Isotta la riporta con le parole di Federico Fellini, il quale conobbe Totò da giornalista e non riuscì mai a dirigerlo da regista se non durante le riprese di "Dov'è la libertà?" nel 1952 quando gli capitò di sostituire per l'ultima scena il titolare Roberto Rossellini indisposto: Totò ha lenti scure e il sorriso inerte e disarmato dei ciechi, viene accompagnato e quasi trasportato sul set, ma quando scatta il ciak ecco che «si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi ma cento che vedono tutto, perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto pieno di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta intorno, gli elettricisti sui ponti si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani».

Una testimonianza poetica e tenerissima fino alla commozione, che rende non soltanto la dimensione del miracolo quanto la profonda scissione che ha attraversato l'intera esistenza di Antonio de Curtis, uomo e artista, sofferente figlio di NN e nobile di fantasioso lignaggio, plebeo e aristocratico, egoista e generoso, volto e maschera in una sorta di schizofrenia orizzontale capace di riversarsi in straordinarie epifanie di genio spiazzante.

Miracoli, appunto. Manifestazioni di una santità e fu proprio Fellini a definirla tale: Santo di una religione senza Dio e invece popolata da culti magari pagani, forse disperati e comunque autentici nel trasporto e nell'adesione popolare. Santo come in un'icona a cui riferirsi per poi ritrovare il profilo di se stessi.

"San Totò" resta l'ultimo libro di Paolo Isotta. Scomparso il 12 febbraio scorso, non ha fatto in tempo a vederlo pubblicato. Lo aveva ultimato - fatica inattesa per la mole di documenti consultati, di voci convocate, di sequenze riviste il giorno del suo settantesimo compleanno. Si tratterà pure di coincidenze casuali, però vanno a definire una costellazione di significati tanto da proporre le pagine come una sorta di autobiografia postuma per interposta persona: dove la biografia, l'occasione per disegnare i tratti di un carattere identitario, non è di Isotta persona ma di un luogo, di una città, di una storia, di Napoli, in cui si rivendica la propria appartenenza, le proprie radici, i contorni di un'Heimat.

Isotta spiega che «per me Totò è un Santo: per l'altezza della sua arte, per la gioia da lui per decenni donata a milioni di persone: gente del popolo, piccola borghesia, poi persino alta, ma anche autentici reietti. Per esser riuscito, con la risata che suscitava, a far per un attimo dimenticare a tutti, non solo ai reietti, le loro tragedie. E, incredibile, per esser l'idolo dei ragazzi di ogni ceto, da molte generazioni». Occorre, in ogni modo, non lasciarsi ingabbiare dalla connotazione sacrale e mitica di un artista del genere, non ridursi cioè al culto di maniera, e aprirsi al contrario una strada per giungere a una verità. Chi davvero è Totò? Che cosa ha rappresentato e rappresenta ancora? Perché la sua vicenda conserva i segni di una postura antropologica riscontrabili nella più lunga e complessa trama del racconto di una città?

Isotta si duole di non aver potuto essere stato spettatore del teatro di Totò e ricorda l'avvertimento del padre a cui il libro è dedicato quando gli ripeteva che soltanto su un palco e davanti a un pubblico si sarebbe potuto ammirare la qualità profonda dell'attore. Lui deve limitarsi a ripercorrere una sconfinata letteratura totoista e a rivedere i film, dall'esordio di Fermo con le mani del 1937 all'ultimo Tutto Totò del 1966: le schede che compone sono assolutamente d'autore, microsaggi densi e frizzanti che scandiscono un trentennio. Si muove da flàneur nell'universo di Totò, connette e divaga, approfondisce e deborda, distribuisce giudizi Peppino meglio di Eduardo, la censura democristiana democristiana peggio di quella fascista e amarezze, come per la mancata apertura del museo nonostante gli annunci del ministro Dario Franceschini mentre la casa natale a Santa Maria Antesaecula è in rovina. Scompone la risata di Totò, il suo riso bergsoniano, la sua comicità surreale trovando il ceppo originario nell'irriverenza «anarchica, eversiva, sulfurea, mercuriale, fallica, acrobatica, ingovernabile» di Aristofane e Plauto, per dialogare con Boccaccio, Rabelais, Moliere.

Totò è allora un santo lucreziano, un pre-dadaista che irride al potere per mostrarne la nuda pochezza con la semplicità quasi infantile dello sberleffo. Ruggero Guarini parlava di «satanica innocenza»: uno scatto di stupore assoluto da uomo-animale, «e anche questo viene dal corteggio dei Satiri di Dioniso, oltre che essere caratteristica di Pulcinella», spiega Isotta, con cui Totò non soltanto revoca in dubbio l'esistenza dell'identità, ma sottolinea «addirittura revoca in dubbio la conoscibilità del reale e la stessa esistenza del reale. Torno a dirlo, essendo questo un concetto basilare».

Ecco che i due paradigmi si sovrappongono, i contorni del Totò geniale opera d'arte collettiva diventano quelli attraverso i quali Paolo Isotta identifica l'anima napoletana. La consegna di una categoria interpretativa che appare il lascito ereditario di Isotta.

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