Lecce, 3 aprile 1910: al Politeama debutta il “giovane tenore” Tito Schipa

Venerdì 3 Aprile 2020 di Eraldo MARTUCCI
«Questa sera, in appalto sospeso, si ripete l'Adriana. La parte di Maurizio sarà sostenuta dal giovane tenore Tito Schipa, nostro concittadino, che, in due anni, ha già cantato in sei teatri, e ultimamente al Sociale di Crema nella stessa opera, riscuotendo calorosi applausi. Ci auguriamo che egli abbia pari successo nella città nativa». Con queste laconiche parole La Provincia di Lecce del 3 aprile 1910 annunciava il debutto di Schipa, in una recita fuori abbonamento (questo è infatti il significato di appalto sospeso), al Politeama Greco che ospitava per la prima volta il capolavoro di Cilea otto anni dopo la prima assoluta di Milano.

Iniziava così, in quella magica domenica primaverile, il lunghissimo rapporto che legò il massimo tenore di grazia del Novecento al teatro più importante della sua città e anche uno dei più rappresentativi dell'intera penisola. Quarantaquattro anni non solo di straordinarie performance, che si conclusero il 28 ottobre 1954 con uno dei suoi capolavori prediletti, L'elisir d'amore, ma anche di sincero amore. Come testimoniato dalla stagione lirica che organizzò nel 1926, finanziando anche la ristrutturazione del teatro con la creazione, tra l'altro, del golfo mistico per l'orchestra, e con la sostituzione delle vecchie poltrone con altre più moderne e funzionali. Con la sua direzione artistica andarono in scena Lucia di Lammermoor ed Il barbiere di Siviglia, interpretate dallo stesso Schipa, Andrea Chenier ed un'opera inedita come L'amore dei tre di Italo Montemezzi.
Ritornando però a quella sua prima stagione leccese, si deve ricordare che Schipa cantò anche in Zazà di Leoncavallo e nel Mefistofele di Boito: tutte opere veriste o comunque più adatte ad una voce lirico-drammatico e che infatti sarebbero state rapidamente destinate a essere abbandonate. Leggendo quelle cronache viene quasi da commuoversi: quel mondo non esiste più, così come non c'è più quel modo di fare l'opera, tutto costruito attorno alle voci. E non c'è più quel pubblico, a volte ingenuo ma ancora capace di stupirsi di fronte al mistero della voce.

Facciamo però un piccolo passo indietro. E precisamente al 21 maggio 1908, giorno in cui il diciannovenne Raffaele Attilio Amedeo, già ribattezzato Tito, canta presso la Chiesa dei Teatini nella terza ed ultima serata in cui veniva eseguito La resurrezione di Lazzaro, l'oratorio scritto dieci anni prima da Lorenzo Perosi. La scoperta di questa performance si deve all'indimenticabile Gianni Carluccio, che per anni ha custodito la memoria del tenore curando l'Archivio Schipa-Carluccio, fra i cui documenti c'è anche l'articolo de La Provincia di Lecce del successivo 24 maggio dove si legge che «il giovane tenore Tito Schipa non è più una promessa, ma una certezza per l'arte. Alceste Gerunda, il suo affettuoso e valoroso maestro, che nulla lascia intentato per vedere assurgere il discepolo prediletto, lo ha preparato, con la cooperazione del maestro Lessi, nella difficile parte, ed il pubblico ha avuto agio di ammirare nuovamente la limpida ed armoniosa voce del giovane tenore, che sarà certo, quanto prima, un artista perfetto».

Per arrivare a questa condizione di artista perfetto, lo stesso Gerunda gli consiglia però di emigrare a Milano per completare gli studi, e lo farà con Emilio Piccoli, e cercare l'occasione del debutto. Grazie alla giornalista e mecenate Emilia Bernardini Macor, che organizzò il 22 giugno un concerto con lui e per lui nella sala Dante (il cui incasso fu destinato al viaggio e alle prime spese che sarebbero state sostenute), il giovane cantante arrivò a Milano in un vagone di terza classe, perché, come disse lui stesso, non c'era la quarta.

L'occasione arriva con un piccolo volo a Vercelli, dove debuttò al Teatro Facchinetti il 4 febbraio 1909. In quello stesso anno canterà poi al Teatro Mazzoleni di Sebenico, al Garibaldi di Savona, al Comunale di Bozzolo (un paesino del Mantovano) e al Sociale di Crema, che lo vide ancora protagonista all'inizio del 1910. E subito dopo il ritorno in veste professionale nella sua amatissima città.

«Per la prima volta da quando era partito verso l'ignoto, accompagnato dai voti di una città che mezza applaudiva e mezza sogghignava scrive Tito Schipa jr nel suo bellissimo libro sul padre il tenorino scende da un treno, traversa gli sbuffi di vapore, e si incammina di nuovo tra fichi d'india, palme e tufo splendente. È il primo di una innumerevole serie di ritorni, che punteggeranno tutta la sua vita, a scadenze il più possibile regolari».

E dunque arriviamo al fatidico 3 aprile, una serata molto incandescente anche per la bagarre che si scatenò fra i sostenitori del giovanissimo leccese e quelli del tenore Guglielmo Zanasi, che aveva cantato nelle prime recite. Il successo fu comunque notevole, anche nella replica successiva.

«In due rappresentazioni dell'opera suddetta poi ha cantato, per gentile concessione del tenore Zanasi, il nostro concittadino Tito Schipa scrive il Corriere meridionale dell'8 aprile 1910 allievo del bravo maestro Alceste Gerunda. La sua voce, che emette con buona scuola, è parsa intonata, sicura e d'un bel timbro. È stato molto applaudito e ha dovuto concedere vari bis. Non si culli il giovane artista nelle carezze del successo - che ha ottenuto assai lusinghiero anche in altri teatri ma studi, studi ancora, studi sempre perfezionandosi così nell'arte del bel canto come in quella dell'interpretazione scenica, perché possessore di pregevoli mezzi e può camminare verso un lieto avvenire».

Oltre che all'innegabile genialità, sarà proprio la preparazione scrupolosa a permettergli in appena tre anni di trasformarsi definitivamente da crisalide in farfalla. E diventare poi in meno di un decennio, alla fine della prima Guerra mondiale, il primo e il più acclamato tenore di grazia del mondo. © RIPRODUZIONE RISERVATA