«La vista vi si appaga, lo spirito vi si riposa»: così il Duca Castromediano descrisse il Teatro Paisiello

Domenica 13 Dicembre 2020 di Eraldo MARTUCCI

«Ed ecco il nostro Teatro giovane e bello risorto dalle stesse sue ceneri come la mistica Fenice Insomma l'eleganza e il gusto regna da per tutto in questo luogo. La vista vi si appaga, lo spirito vi si riposa. Non v'è fasto o sazietà, ma l'arte vi seppe toccare la ricchezza e l'abbondanza. Vi par d'essere proprio nel tempio della Gioventù».
Con queste parole il Duca Sigismondo Castromediano esprimeva tutto il suo apprezzamento per il Paisiello nella serata inaugurale del 21 gennaio 1871. Le scrisse nel magnifico articolo L'antico e il nuovo Teatro di Lecce, pubblicato su Il Cittadino Leccese pochi giorni dopo, il 30 gennaio, il cui originale è presente nell'Emeroteca Storica Salentina della Biblioteca Bernardini.
Una descrizione perfetta per un edificio che costituisce un tipico esempio di teatro all'italiana che si diffuse tra la fine del 500 e l'inizio del 600.


«Ed eccovi ancora, inoltrandoci dentro - scrive poi Castromediano - un vestibolo fantastico decorato anch'esso da modanature di pilastri ionici, e di doppieri: Quattro nicchie vi sono preparate per quattro busti, due dei quali (Il Paisiello ed il Leo, glorie musicali della nostra Provincia) a Firenze dal valente giovane A.Bortone, nostro concittadino, discepolo dell'Angelini e del Duprè, già s'eseguono in marmo».
A impreziosire ulteriormente il foyer si è aggiunto, nel 1996, il pianoforte verticale di Tito Schipa, uno Steinway & Sons tutto decorato in oro alla maniera barocca. Fabbricato intorno al 1870, fu acquistato dal tenore negli anni '50 per gli studi del figlio Titino.


A suscitare l'entusiasmo di Castromediano furono anche le splendide decorazioni realizzate dalle maestranze napoletane provenienti dalle scuole di Posillipo e Resina, nelle quali si erano formati i non meno validi artigiani salentini che parteciparono a quest'impresa. La direzione generale fu affidata a Vincenzo Paliotti, a cui toccò anche il compito di decorare il soffitto, che raffigurò con un'allegoria della Bellezza, dell'Armonia, della Tragedia e della commedia, inserite fra puttini e genietti. Il maestro napoletano dipinse anche le due lunette del proscenio, nelle quali disegnò il giorno e la notte.


«Magnifico è l'arco del palcoscenico sormontato da un oriolo e dallo stemma della città» sottolinea infine il Duca, che non dimentica di esprimere la propria «lode al nostro Onofrio Migliardi pei delicati accessori usciti dal suo pennello».
 

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