Archeologia subacquea: quelle tracce della Storia trovate in fondo al mare. Appuntamento al MarTa

Mercoledì 28 Ottobre 2020 di Ilaria MARINACI

L’archeologia subacquea ha dato un contributo fondamentale per indagare la storia millenaria della Puglia, fatta di traffici marittimi intensi da e per la Grecia e il Medio Oriente. Di tutto questo è giunta traccia fino a noi per via dei naufragi che spesso coinvolgevano le navi nell’Adriatico e nello Ionio. Di questo si parlerà stasera, alle 18, nel consueto appuntamento con i “Mercoledì del MarTa”, gli incontri con studiosi ed esperti, voluti dalla direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, per creare sempre maggiori connessioni tra il mondo dei reperti e quello della storia dei popoli che attraversarono il territorio ionico. 

«Parliamo di Archeologia subacquea – spiega la direttrice – ma parliamo anche di traffici e circolazione di uomini, culture e merci mentre viene progettato il rilancio dello scalo portuale tarantino». In stretta connessione, quindi, anche con l’attualità. Protagonista della conferenza di oggi, che potrà essere seguita on line direttamente sull’account Facebook del MarTa, sarà Giacomo Disantarosa, docente di Archeologia subacquea, ricercatore del Dipartimento di Studi Umanisti dell’Università di Bari e responsabile del Laboratorio di Archeologia subacquea nella sede staccata di Taranto. Al centro della sua relazione ci saranno proprio le rotte del passato, nello specifico quelle studiate da un pioniere dell’archeologia subacquea, Peter Throckmorton, che tra il 1964 e il 1968 condusse ricerche lungo il litorale ionico-salentino, portando alla luce il relitto di San Pietro in Bevagna (quello dei Sarcofagi del Re), i due al largo della Madonnina, a Campomarino di Maruggio, e l’altro rinvenuto davanti a Torre Chianca, a Porto Cesareo, dove giace il suo carico di colonne.

Americano di New York, Throckmorton era giornalista, archeologo subacqueo, esperto di costruzioni navali, conferenziere e docente universitario, che aveva rinvenuto importanti reperti sottomarini a Capo Gelidonya e Yassy Ada, in Turchia, e a Methoni, in Grecia. All’epoca della spedizione lungo le coste ionico-salentine, coordinava un team di cui facevano parte istituzioni straniere (University of Pennsylvania Museum; British School at Rome) e italiane (Soprintendenza, Museo Nazionale di Taranto, Marina Militare Italiana). A lui si deve, nel 1964, la localizzazione e la mappatura delle 20 Vasche o Sarcofagi del Re, a 100 metri dalla riva e a 6 metri di profondità nel mare davanti a San Pietro in Bevagna. Il relitto che le trasportava fu cercato e mai trovato ma, in base agli studi effettuati, si ipotizza che fosse diretto alla Statio marmorum di Ostia, dove si lavorava il marmo. Si tratta, infatti, di sarcofagi semilavorati, che probabilmente venivano portati a Roma per essere decorati. Nello stesso anno, Throckmorton individua anche il relitto di una nave greca nel mare antistante La Madonnina a Maruggio, trovando, fra gli altri reperti, un carico di anfore corinzie insieme ad altre provenienti da Soli, a Cipro, datate tra il V e il IV secolo avanti Cristo.

Infine, sempre allo stesso periodo, risale l’individuazione delle cinque colonne monolitiche in marmo cipollino, adagiate sul fondale, dove affondò un’imbarcazione proveniente dall’isola greca di Eubea. La comprensione interpretativa di tutti questi relitti è stata oggetto di un lavoro di studio reso possibile dalla collaborazione tra il Laboratorio di Archeologia Subacquea di Taranto, la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Bari e la Soprintendenza.

«I reperti documentati da Throckmorton circa cinquant’anni fa – sottolinea Disantarosa – erano parzialmente editi. Schedati sinteticamente, in alcuni casi pubblicati attraverso poche notizie preliminari e spesso privi di documentazione grafica e fotografica, erano un potenziale utile per riscrivere percorsi di approfondimento che consentissero una nuova interpretazione degli aspetti legati alla frequentazione delle coste, alla circolazione delle merci, all’attestazione di particolari rotte e alla presenza di aree portuali e approdi minori di questo comprensorio regionale». Questo è stato fatto sui relitti rinvenuti nello Ionio, facendo “riemergere” nuove ipotesi di interpretazione anche grazie alle attività di verifica sul campo, alle analisi archeometriche e allo studio di documenti di archivio.

(Nelle foto: le colonne romane sul fondo del mare a Porto Cesareo e uno dei “sarcofagi del Re” nel relitto di San Pietro in Bevagna - Archivio UNIBA)

Ultimo aggiornamento: 13:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA