Trent'anni dall'esodo/ L'arrivo degli albanesi portò Brindisi nella storia

Martedì 2 Marzo 2021 di Oronzo MARTUCCI

Brindisi e i brindisini non hanno mai ottenuto un riconoscimento dallo Stato italiano per ciò che fecero il 7 marzo 1991 per accogliere 27 mila albanesi sbarcati da navi mercantili, pescherecci e altri vascelli con difficoltà a tenere il mare che erano partiti da Durazzo il giorno prima e avevano fatto rotta verso l'Italia che per loro era la terra promessa, delle televisioni a colori attraverso le quali avevano imparato anche a parlare l'italiano, di Drive In, di Raffaella Carrà e di tante trasmissioni scoppiettanti in cui vedevano ricchezza, benessere e libertà: tutto quello che mancava in uno Stato povero, schiacciato dal comunismo dal pugno di ferro di Enver Hoxha per 40 anni e dall'inefficienza del successore Ramiz Alia dal 1985 in poi.
«Penso che l'arrivo di Edi Rama il 6 marzo prossimo sia il riconoscimento postumo alla città da parte dello Stato albanese. Tant'è che a Brindisi il primo ministro incontrerà tutti sindaci della provincia e alcuni rappresentanti della comunità albanese, mentre a Bari l'incontro previsto per il 5 marzo sarà solo istituzionale, in Consiglio regionale. Per quanto riguarda lo Stato italiano, silenzio assoluto», evidenzia Giuseppe Marchionna, il sindaco dell'accoglienza, di quei giorni difficili, dell'appello ai brindisini ad aiutare quella gente affamata e infreddolita, a non avere paura.
Trenta anni sono trascorsi da quella vicenda straordinaria. Già dalla metà del mese di febbraio del 1991 qualche battello aveva cominciato ad arrivare in porto con a bordo pochi passeggeri, spesso militari in fuga dall'Albania senza ormai una guida. All'ìnizio di marzo quell'esodo di migliaia di giovani, vestiti con pantaloni a zampa d'elefante e magliette che mettevano in evidenza il loro fisico magrissimo, con navi in partenza il 6 da Durazzo non era previsto, o almeno non lo avevano previsto né i servizi segreti albanesi né quelli italiani. Ma tante navi presero il mare. E il tempo non era dei peggiori. Poi, mentre erano in mare, le condizioni meteorologiche cambiarono, con il mare in burrasca e la pioggia battente. Se la Capitaneria di porto di Brindisi non avesse dato il via liberà all'ingresso nel porto medio dopo aver tenuto le navi in rada per tutta la notte, si sarebbero contati migliaia di annegati.
Invece di parlare di 27 mila profughi accolti avremmo avuto a che fare con migliaia di morti, perché lo Stato italiano non voleva dare segnali di disponibilità, di accoglienza, per evitare che altri albanesi e altri ancora considerassero una passeggiata il viaggio verso la Puglia, con chissà quali prospettive di accoglienza e di solidarietà come anticamera di un futuro fatto di ricchezza e di libertà.
Il 7 agosto 1991 un'altra nave, la Vlora, con 20 mila albanesi a bordo fece rotta verso Brindisi. Ma la città non era nelle condizioni di accogliere altre migliaia di profughi, mentre molti tra gli sbarcati della prima ondata erano ancora ospiti in strutture reperite dalla prefettura in tutta la provincia.
Quella nave fu dirottata verso Bari, dove l'arrivo in porto avvenne la mattina dell'8 agosto. Ma le condizioni non furono le stesse di Brindisi. Lo Stato tenne i 20 mila nello stadio della Vittoria e nel giro di poche settimane tutti gli sbarcati furono rimpatriati. La fuga facile verso libertà e la ricerca di una condizione migliore era finita. In ogni caso non ci furono morti in quella occasione, anche perché ad agosto le condizioni meteorologiche sono normalmente migliori.
Non ebbero la stessa fortuna, di rimanere vivi in Italia o di tornare vivi in Albania, 108 albanesi che il 28 marzo del 1997 furono speronati dalla nave Sibilla della Marina militare italiana mentre nel Canale d'Otranto erano a bordo della motovedetta Kater I Rader. Era il venerdì di Pasqua del 1997, e quella tragedia viene ricordata come la strage del venerdì santo. Nel frattempo l'Italia aveva sottoscritto intese con l'Albania, aveva dato vita alla missione Pellicano, iniziata nel settembre del 1991 (dopo i fatti di Bari) e portata avanti sino al 1993, con l'impegno a garantire viveri e la presenza di un contingente dell'esercito italiano nella Terra delle Aquile, e altre degli anni successivi. L'obiettivo di quelle iniziative era di convincere lo Stato albanese a controllare le partenze come quelle avvenute nel 1991. Certo, le partenze sono continuate con vari mezzi di fortuna per tutti gli anni successivi, ma il grande esodo e la risposta che diedero i brindisini, nonostante l'assenza dello Stato italiano, sono un evento straordinario. I brindisini ricordano ancora con orgoglio quelle vicende che li videro protagonisti positivi, con una disponibilità all'accoglienza e a consegnare viveri e beni di prima necessità ma anche soldi. Una condizione difficile da immaginare ora, in questo contesto politico e sociale.
Lo Stato italiano ha dimenticato di tributare ai brindisini il dovuto riconoscimento. La visita di Edi Rama ripropone quei fatti e a 30 anni di distanza li ripropone anche allo Stato italiano, perché non dimentichi che la comunità brindisina fu capace di atti straordinari nella quotidiana umanità dell'accoglienza di migliaia di giovani, di donne e di bambini. I debiti si pagano, soprattutto se sono debiti di onore. Lo Stato non può, non deve sottrarsi. Qualcuno a Brindisi, e non solo a Brindisi, glielo ricordi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimo aggiornamento: 4 Marzo, 09:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA