Sonetti: coronavirus, un incubo. Che dolore per Bergamo

Giovedì 19 Marzo 2020 di Antonio IMPERIALE
Nedo Sonetti
A Prato, dove se n’è andato da subito, quando il coronavirus era solo una maledizione caduta sulla Cina, Nedo Sonetti legge, ogni mattina, i giornali di Bergamo. «Quasi un maledetto rito triste. Paginate intere di necrologi, le scorri e ti si chiude l’animo, nomi che conosci, ogni nome un nodo in gola, un perché su questi giorni assurdi. Nella mia Bergamo la scena se la son presa i carri funebri, le ambulanze».
A Bergamo ha scritto pagine indimenticabili della sua storia, Sonetti. La prima promozione dalla serie B. Lo sbarco in A e poi, nel massimo campionato, la finalissima di Coppa Italia. Vinse il Napoli di Maradona. «Oggi, il virus ha spento pure le gioie per la favola bella dell’Atalanta di Gasperini. Le ombre del contagio anche sulla pirotecnica vittoria di Siviglia. Sta soffrendo anche un’altra città che amo, dove ho vinto un altro campionato, Brescia. Anche qui la paura, il dolore come compagni di viaggio di questi giorni che non vogliono finire. È un incubo, spero finisca presto».
Sonetti appena il virus si è disegnato nel cielo cinese, ha pensato bene di lasciare subito Bergamo e trasferirsi a Prato, dove vive il figlio Cristiano con il nipotino che porta il nome dell’allenatore collezionista di promozioni, il suo nome, Nedo. «Ho fatto un ragionamento - racconta al telefono -. Prato è la Cina italiana. Questi sapranno affrontare la situazione magari meglio di noi, se il virus arriva qui. E infatti non si è più visto un cinese in giro, si sono subito tappati in casa, hanno saputo fare argine in qualche modo. A Bergamo ho la famiglia di mia figlia Serena con due nipoti. Mi batte sempre il cuore per loro. Siamo continuamente in contatto».
Parlare di calcio diventa difficile, anche con un allenatore alla soglia degli “ottanta”, i trofei di ben cinque promozioni, irriducibilmente in panchina, già nel 2006-2007 il mister più anziano della serie A, quando guidava l’Ascoli. «Troppo grande questo problema che ci investe tutti. Che ha sbattuto la porta in faccia alla vita di ogni giorno e inevitabilmente anche alla vita dello sport. Prima ha spento la gioia del tifo, poi ha trasformato gli abbracci dei giocatori in contagi da incubo, ha lasciato segni in tante squadre. Forse si doveva essere più immediati nelle decisioni drastiche, anche più compatti, adesso hanno fatto, come era inevitabile, slittare di un anno gli Europei nella speranza di rimettere in moto i campionati, quando saremo riusciti a vincere il virus».
Quando si ripartirà sarà un altro campionato. «Dopo una pausa così lunga, sarà un po’ come dover ricorrere ad una preparazione che sa quasi di un nuovo “ritiro”, per la nuova carburazione da dosare per la volata finale, sia in testa, sia in coda». Il Lecce ripartirà con l’organico al completo, dopo aver vissuto un po’ da zoppo le prime 26 giornate del campionato. «Saranno al completo anche gli altri, vista la lunghezza della pausa. Saranno importanti le condizioni atletiche, ma anche i riflessi psicologici. Ci sarà anche il peso dei recuperi. Il Lecce ha avuto il merito di restare sempre un gradino più in alto della zona infernale, si troverà adesso a dover rincorrere: ha la struttura e le condizioni tecnico-societarie per farcela, in una corsa nella quale il Brescia ma anche la Spal avranno un compito che sembra proibitivo. Liverani e Sticchi Damiani sono una garanzia. Ho letto del compleanno del calcio leccese, dei suoi 112 anni compiuti il 15 di marzo. Mi piace unirmi alla festa, nel ricordo di quei giorni felici della nostra promozione e di quell’esplosione di gioia, di quello che il Lecce e Lecce mi hanno lasciato dentro. La salvezza porterà una festa col sapore insolito dell’estate. Dopo la gioia generale della vittoria più importante, quella sul coronavirus».
© RIPRODUZIONE RISERVATA