Coronavirus, lo studio italiano: «Una possibile cura usando anche farmaci per gatti»

Mercoledì 15 Aprile 2020
Coronavirus, lo studio italiano: «Una possibile cura usando anche farmaci per gatti»

In assenza di un vaccino, per cui ci vorranno mesi e non si avranno certezze totali sulla sua efficacia, per fronteggiare l'emergenza coronavirus l'unico strumento è quello di trovare cure e terapie che possano contrastare gli effetti del Covid-19 sui pazienti. In tutto il mondo sono state avviate sperimentazioni di farmaci specifici per altre patologie, con risultati più o meno soddisfacenti, ma ora uno studio svolto da alcuni ricercatori italiani sta pensando ad un'idea ambiziosa: provare a combinare gli effetti di diversi farmaci molto noti con quello di uno veterinario, specifico per gatti.

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Questo insolito e innovativo protocollo arriva dall'Università di Camerino, nelle Marche: i ricercatori, guidati dal prof. Giacomo Rossi (medico veterinario della Scuola di Bioscienze e Medicina veterinaria), hanno avuto un'intuizione che, dicono dall'ateneo, «potrebbe aprire incoraggianti scenari per la cura del Covid-19». L'idea parte dagli studi del prof. Rossi sul coronavirus del gatto, il FeCoV, che provoca nei felini patologie gravi e molto spesso mortali, per cui non esiste un protocollo terapeutico o un vaccino efficace-protettivo.

Francesco Bellini, imprenditore e scienziato italo-canadese a capo di Biochem Pharma e ViroChem Pharma, nonché membro del cda del Montreal Heart Institute e del Canada Science Technology & Innovation Council, ha acquisito il brevetto, depositandoglo negli Stati Uniti. Nel Nord America si sta già valutando la sua applicazione, anche grazie al lavoro dei ricercatori marchigiani, che hanno notato una particolarità del Covid-19: il virus presenta un numero maggiore di legami con i siti di glicosilazione del recettore ACE2 cellulare (il recettore che Covid-19 utilizza per entrare nelle cellule del polmone, dell'apparato digerente e del tratto genito-urinario dell'uomo).

«I siti di glicosilazione - spiega il prof. Rossi - sono delle aree in cui delle molecole di zucchero semplice si legano ad una proteina ancorata sulla membrana cellulare. Ho notato che tutti questi siti di glicosilazione sono costantemente legati all'ultimo amminoacido della proteina di membrana, che è l'aminoacido Asparagina. Da qui l'idea di utilizzare un vecchio farmaco, ben noto presso gli oncologi che lo usano nella terapia della leucemia acuta dei bambini, la L-Asparaginasi, enzima che eliminando l'aminoacido Asparagina 'taglia' di fatto il legame dello spike virale con il suo specifico recettore cellulare, bloccando l'infezione».

«Questo farmaco - conclude Rossi - unito alla già nota Clorochina, che funziona bloccando l'ingresso del virus nella cellula, e all'Eparina, che previene il danno acuto vascolare indotto dalla tempesta dell'infiammazione causata dal virus, e quindi la trombosi secondaria, copre in maniera completa infezione ed effetti dell'infezione sull'uomo».

Ultimo aggiornamento: 17:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA