Colesterolo, la cura va a caccia di geni: ecco i trattamenti farmacologici più innovativi

Giovedì 12 Novembre 2020 di Maria Rita Montebelli

Abbassare il colesterolo con due iniezioni sottocute l’anno. È la promessa di un farmaco innovativo, Inclisiran, che potrebbe arrivare presto sul mercato (forse già dal prossimo anno), avendo già ricevuto un primo okay dall’agenzia regolatoria europea. Questa modalità di somministrazione ha fatto, impropriamente, guadagnare a questo medicinale il soprannome di “vaccino” contro il colesterolo. Ma, in realtà, questa molecola non ha nulla a che vedere con il sistema immunitario. Il farmaco va ad interferire infatti con le informazioni contenute nel gene della PCSK9, una sorta di matrice a partire dalla quale viene assemblata questa proteina. La PCKS9 è una proteina fondamentale nel metabolismo del colesterolo cattivo (Ldl) perché impedisce al fegato di rimuoverlo dal sangue circolante. Riducendo la presenza di questa proteina, il fegato può processare una maggior quantità di Ldl, “schiumandolo” letteralmente dal sangue e riducendone la concentrazione. La proteina PCSK9 è peraltro già da tempo nel mirino degli scienziati. Da circa tre anni sono disponibili per i pazienti gli inibitori della PCKS9 (evolocumab e alirocumab), anticorpi monoclonali che inattivano la proteina già formata e si somministrano sottocute due volte a settimana con delle speciali siringhe preriempite che assomigliano nella forma e nelle modalità di somministrazione alle penne di insulina. Inclisiran, pur avendo lo stesso bersaglio degli inibitori di PCSK9, agisce impedendo direttamente la formazione di questa proteina.

 

Il trattamento

Sia questo farmaco che gli inibitori di PCSK9 rappresentano un importante passo avanti nel trattamento delle ipercolesterolemie, visto che almeno l’80% dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare non riesce a raggiungere i livelli di Ldl indicati dalle linee guida, attraverso la dieta e la terapia tradizionale (statine, ezetimibe). Il colesterolo è il nemico numero uno delle arterie. Questo grasso infatti, se presente in eccesso, tende a ostruire i vasi, depositandosi sulle loro pareti e provocando così ictus, infarti e arteriopatie. Anche per questo, la parola d’ordine delle ultime linee guida, sia europee che americane, è: “più basso è, meglio è”. E il valore da tenere il più basso possibile è quello del colesterolo “cattivo”, l’Ldl, che nelle persone ad alto rischio cardiovascolare dovrebbe essere spinto sotto la soglia dei 55 mg/dl, difficilmente raggiungibile con i farmaci tradizionali o con la sola dieta, che rappresenta tuttavia un cardine fondamentale del trattamento. Il colesterolo circolante deriva infatti in parte dalla dieta, ma soprattutto da quello prodotto dal fegato (colesterolo endogeno), in maniera più o meno rilevante (altissima negli individui con ipercolesterolemia familiare, una malattia rara). Se una dieta sana elimina il problema del colesterolo introdotto con gli alimenti, i soggetti con abbondante produzione di colesterolo da parte dell’organismo devono ricorrere anche ai trattamenti farmacologici. Le statine sono i farmaci anti-colesterolo che negli ultimi trent’anni più hanno contribuito a ridurre la mortalità cardiovascolare. Queste molecole (ne esistono di diversa potenza, dalla simvastatina alla rosuvastatina) riducono la produzione di colesterolo da parte del fegato, inceppandone la catena di montaggio. Per le persone intolleranti alle statine, che possono dare dolori muscolari e alterazioni di funzionalità epatica, un’alternativa è rappresentata dall’ezetimibe, farmaco che riduce l’assorbimento intestinale di colesterolo, favorendone l’eliminazione con le feci.

 

 

Gli accorgimenti

Con mezza Italia di nuovo in lockdown e la stagione fredda alle porte, sono molti gli italiani che cercano consolazione nel cibo. Gli scaffali si svuotano di lievito e farina e la tentazione di indulgere in piatti grassi e corposi, tipicamente invernali, è molto forte. Ma è necessario più che mai fare attenzione. Un’alimentazione ricca di grassi, associata alla sedentarietà, rappresentano un colpo per la salute del cuore e delle arterie. Va ricordato di pesarsi almeno una volta a settimana, tenere sotto controllo la pressione, smettere di fumare, non esagerare con il sale e soprattutto tenere a bada quantità e qualità dei grassi nella dieta per evitare che i valori del colesterolo si impennino.

 

Così si leggono le analisi

Arrivano i risultati dal laboratorio. Il verdetto: il colesterolo è alto. E non lo sapevamo perché non dà sintomi. Per individuarlo bisogna, infatti, sottoporsi a un esame del sangue. Colesterolo “buono” e colesterolo “cattivo” sono termini entrati nell’uso quotidiano ma per capire bene i valori occorre leggerli nel loro insieme e tener conto delle caratteristiche dei singoli pazienti. I valori andrebbero misurati ogni 5 anni a partire dai 20 anni e con maggior frequenza dopo i 35 negli uomini e i 45 nelle donne. Un profilo lipidico completo comprende il dosaggio del colesterolo totale, Hdl (“buono”), Ldl (“cattivo”) e dei trigliceridi. Nei referti delle analisi sono in genere indicati come valore di normalità numeri inferiori a 200 mg/dl per il colesterolo totale, superiori a 60 mg/dl per le Hdl, inferiori a 150 mg/dl per i trigliceridi e inferiori a 100 per le Ldl. In realtà, per quanto riguarda le Ldl non esiste un solo numero a cui riferirsi, la cosiddetta normalità cambia in base al rischio individuale che si calcola sulla presenza anche di ipertensione, diabete, fumo). Le ultime linee guida europee raccomandano di ridurre l’Ldl sotto i 55 mg/dl (o di almeno la metà dai valori iniziali) nei pazienti ad altissimo rischio cardiovascolare; sotto i 70 mg/dl, in quelli ad alto rischio; sotto i 100 mg/dl nei pazienti a rischio moderato e sotto i 116 mg/dl nei soggetti a basso rischio.

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