Long Covid, cos'e quella (nuova) fatica in chi ha superato l'infezione

Le persone che hanno avuto il Covid e sono state ricoverate sono più predisposte a disturbi neurologici?

Long Covid: cos'è la nebbia mentale
Long Covid: cos'è la nebbia mentale
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Martedì 5 Aprile 2022, 01:11 - Ultimo aggiornamento: 10:30

«Alcuni professionisti fanno difficoltà a leggere un libro, un' abitudine che prima del Covid era normalissima». C'è un mondo nuovo ed è il Long Covid, ancora in parte inesplorato per gli specialisti che studiano i disturbi nei pazienti che hanno avuto e superato l'infezione. Lo si capisce quando si parla con il neurologo Alberto Priori, direttore della Clinica Neurologica dell' Università degli Studi di Milano presso il Polo universitario San Paolo di Milano.

Uno studio pubblicato dal gruppo di ricercatori coordinati dal Professor Priori sulla rivista scientifica European Journal of Neurology in collaborazione con l'IRCCS Istituto Auxologico Italiano indica che il 63% dei pazienti ha manifestato un disturbo/deficit cognitivo a 5 mesi dalla dimissione dall'ospedale che persisteva fino a 12 mesi nel 50% dei pazienti. «I deficit cognitivi come il rallentamento mentale e le difficoltà di memoria possono essere osservati anche dopo un anno dal contagio e potrebbero interferire con il lavoro e la vita quotidiana», ha osservato la prima autrice dello studio Roberta Ferrucci, docente di Psicobiologia e Psicologia fisiologica alla Statale di Milano. Alberto Priori sottolinea «la necessità di valutare attentamente nel tempo le alterazioni cognitive nei pazienti post Covid-19.

Con una sintesi suggestiva, l'hanno chiamata "nebbia mentale". É uno dei tanti disturbi che fanno parte del Long Covid, che lamentano le persone che hanno avuto l'infezione. Cos'è la nebbia mentale, professor Priori?

«Per fare un esempio comprensibile a tutti, la nebbia mentale è simile alla condizione nella quale ci troviamo, per esempio, dopo una notte che abbiamo passato svegli, senza dormire. Nei casi che abbiamo studiato si manifesta  in modo cronico. I pazienti lo definiscono come un appannamento, un rallentamento, una incapacità di essere pronti nelle scelte e nei ragionamenti. Non è solo un rallentamento dei processi cognitivi. Ma anche soprattutto una certa difficoltà nel richiamare i nomi e nel memorizzare nuove informazioni e nel mantenere l’attenzione e la concentrazione».

Cosa la sta impressionando di più dal punto di vista clinico?

«Oltre agli esiti cognitivi oggetto del nostro studio, vi sono importanti sequele psicologiche che, a volte, configurano un vero e proprio disturbo postraumatico da stress».

Quando avete capito che il disturbo cognitivo poteva essere collegato al post Covid? 

«Già dopo la primissima ondata, ormai quasi 2 anni fa, i primi pazienti che erano ricoverati in ospedale Covid, una volta che erano guariti dal quadro polmonare spesso ci riferivano di sentirsi obnubilati, appannati, meno brillanti da un punto di vista mentale. Abbiamo quindi iniziato a studiarlo con dei metodi oggettivi. È emerso che in realtà il quadro non era soltanto di tipo soggettivo, cioè soltanto percepito dal paziente, ma oggettivo: questi soggetti, una volta rientrati a casa dopo il ricovero, spesso lamentavano una difficoltà a riprendere le attività quotidiane».

Cioè?

«Per esempio, riportavano difficoltà nel leggere un libro, seguire una trasmissione radiotelevisiva, un film. I pazienti che avevano un'attività più di tipo intellettuale o liberi professionisti riferivano una certa difficoltà nel riprendere il loro lavoro, per mancanza di concentrazione. E questo è il dato che ci ha fatto iniziare una ricerca per cui a distanza dalla dimissione o dalla guarigione dall' infezione polmonare, un gruppo di pazienti è stato testato da un punto di vista neuropsicologico e una parte anche con la PET».

Quali sono le cause della nebbia mentale?

«Il virus infetta il sistema nervoso, probabilmente sin dal suo primo ingresso attraverso il bulbo olfattivo, poi c'è un traffico di virus fra il sistema nervoso centrale e il polmone. Il virus sembrerebbe trovarsi nei neuroni e nelle cellule gliali. Il secondo probabile meccanismo implica alterazioni respiratorie dovute all’interessamento del polmone che, ovviamente, si riflettono sul funzionamento cerebrale. Infine la Covid-19 determina uno stato infiammatorio di tipo sistemico che interessa anche il sistema nervoso centrale. Anche per un recupero delle capacità lavorative complete è un fenomeno che va accuratamente studiato soprattutto se persiste a distanza di più di 8 mesi. In questo caso è raccomandata l’esecuzione di un approfondimento diagnostico specialistico».

Parliamo delle evoluzioni possibili dei trattamenti di questi pazienti, che tipo di riabilitazione seguono?

«Attualmente non esistono terapie che sono state validate scientificamente con trial controllati, cioè con sistemi di misurazione dell'efficacia di una terapia confrontata con un placebo. Sono stati suggeriti vari trattamenti che vanno dalla cannabis agli integratori polivitaminici, alla vitamina B12, a  altre sostanze che sono state impiegate, per esempio, nelle demenze, alla riabilitazione cognitiva e a metodiche di stimolazione cerebrale. Di fatto non esiste un trattamento di documentata efficacia. I protocolli di riabilitazione cognitiva sono privi di tossicità e potrebbero essere efficaci. Sono una ginnastica della mente».

Il sistema sanitario come potrebbe cambiare alla luce di questi "strascichi"?

«Non solo per i sistemi sanitari di tutto il mondo, ma anche da un punto di vista socio-economico ci potrebbero essere delle implicazioni future. Poiché circa 300 milioni di persone al mondo hanno avuto la Covid-19 e in alcuni casi potrebbero avere difficoltà nel riprendere il normale funzionamento sociale. Persone che, una volta guarite a livello polmonare, potrebbero non essere efficienti come prima della malattia. A distanza di un anno infatti i deficit osservati dal nostro studio non spariscono del tutto». 

E questo cosa potrebbe comportare secondo lei?

«In una minoranza di pazienti i disturbi rimangono. Questo è importante non solo per chi deve valutare la ripresa della propria attività lavorativa, ma anche per quello che potrebbe accadere a lungo termine. Non sappiamo se coloro che hanno avuto la Covid-19 a distanza di anni potranno avere un aumento del rischio di malattie neurodegenerative. Sarà importante monitorare nel tempo i pazienti che hanno avuto la Covid-19». 

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