Semeraro: «I segreti con Francesco e la nostra Chiesa al passo con i tempi»

Martedì 2 Gennaio 2018 di Leda CESARI
Ma chi è il signore vestito di bianco accanto a don Marcello?». Ovvero sedersi a tavola per festeggiare il proprio compleanno e ritrovarsi accanto il Papa, pronto a celebrare l’occasione con te come un amico qualunque. Anche se proprio amico qualunque non è, Francesco, per don Marcello Semeraro, vescovo di Albano (a due passi da Roma), e nativo di Monteroni, segretario del Consiglio dei cardinali che si occupa di questi tempi della riforma della Curia romana (incarico conferitogli proprio da Jorge Mario Bergoglio). Il “lavoro” va bene, ma ad unirli c’è molto altro: una precisa idea di Chiesa come servizio e il rifuggire dalle lusinghe, e soprattutto dalle insegne del potere.
Monsignor Semeraro, da quanto dura il suo rapporto con Francesco?
«Dall’ottobre del 2001. Io ero vescovo di Oria e Papa Giovanni Paolo II mi nominò segretario per la decima assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi. Primo relatore dell’assise era stato il cardinale Hegan, arcivescovo di New York, ma a settembre, a causa dell’attentato alle Torri Gemelle, era rientrato nella sua diocesi. Allora Wojtyla aveva scelto come successore un altro cardinale dell’America del Sud, Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, e così è cominciato il mio rapporto con lui, proseguito anche quando il Sinodo si è chiuso. Lavoravamo alla stesura dell’esortazione apostolica “Pastores gregis” e ci incontravamo spesso. Quando nel 2004 sono stato nominato vescovo di Albano eravamo già amici e quando veniva a Roma vedersi era normale».
Poi Bergoglio è diventato Papa. Ma lei se l’aspettava?

«Proprio no. L’11 febbraio 2013, giorno della rinuncia di Benedetto XVI, ci siamo sentiti al telefono, ma in Italia erano le 12 e a Buenos Aires le 5 del mattino. Lui si era appena alzato, non sapeva nulla. Avevamo commentato la notizia, poi ci eravamo dati appuntamento per il giorno prima del Conclave. Alloggiava nel residence di via della Scrofa - quello in cui poi sorprese tutti per aver pagato il conto dopo la sua elezione al soglio pontificio – e avevamo chiacchierato un paio d’ore. Non avevamo minimamente idea di quello che sarebbe successo anche perché aveva 75 anni e aveva già presentato la rinuncia per limiti di età. Anche se con il senno di poi, se ripenso a quel giorno e al suo atteggiamento, quando gli dissi: “Se non vai via dopo il Conclave vieni a trovarmi ad Albano”, lui non rispose. Mi guardò in silenzio e andò via. Però non credo immaginasse di poter diventare Papa».
Quando vi siete rivisti?
«Poco tempo dopo. Mi chiamò a due giorni dall’elezione a Papa e mi disse: “Quando vieni a trovarmi?” Gli risposi: “Quando vuoi, sei tu il Papa”. Mi disse che ero il primo vescovo ad essere ricevuto e che, dopo di me, sarebbe andato a trovarlo il Generale dei Gesuiti e chissà cosa avrebbe scritto, mi disse, l’Osservatore romano. Gli risposi: “Io non ti ho fatto Papa, tu non mi hai fatto vescovo. Possono dire quello che vogliono”. Questo per dire che Francesco è un uomo spontaneo e affabile che mette le persone al primo posto. Tra noi c’è, infatti, un legame istintivo, quasi innato. Ci accomunano, tra l’altro, la grande ammirazione per la figura di Paolo VI, che lui cita a memoria, e l’essere entrambi “figli” del Concilio Vaticano Secondo».
 
Qualcuno ha ipotizzato che l’elezione di Bergoglio sia stata anche un’operazione da parte di una Chiesa un po’ in ribasso con l’appeal. Lei cosa dice?
«Leggo con piacere i quotidiani che mi sorprendono, non quelli che so già cosa scriveranno perché partono da posizioni ideologiche. Penso alla polemica sul messaggio di Natale del Papa, quello in cui ha definito Gesù un migrante. E non è così? Gesù fuggiva dalle persecuzioni di Erode, sta scritto nei Vangeli. Chi dovrebbe dire queste cose, se non la Chiesa?».
Torniamo al suo compleanno. Immaginava una simile sorpresa?
«Proprio no, e penso che adesso tutti sanno che ho 70 anni. Prima lo potevo nascondere. Scherzo, naturalmente, e le racconto come è andata. Ci eravamo sentiti per il suo, di compleanno – il 17 dicembre – e a seguire mi era arrivata una lettera di auguri per il mio settantesimo cosa che mi aveva fatto molto piacere. Poi, dopo qualche giorno, vado in Curia per firmare dei documenti e mi ritrovo un pacco voluminoso, alto un metro e mezzo: un bellissimo presepe napoletano. Poi è arrivato il giorno del pranzo per il mio compleanno che festeggio come di consueto con i miei collaboratori. Quando ho visto da lontano quella figura vestita di bianco mi sono detto: qui qualcuno vuole divertirsi. Invece non era un gioco. Avevano organizzato tutto a mia insaputa, pure il posto vuoto alla mia destra».
Il Papa l’ha designata segretario del Consiglio dei cardinali per la riforma della Curia romana. Riuscirete nell’intento o prevarranno le resistenze degli ambienti ecclesiastici, diciamo così, più tradizionalisti?
«La Curia romana è già stata riformata tre volte nell’ultimo secolo: con Pio X, con Paolo VI, con Giovanni Paolo II. Ci sono alcune cose su cui non si può discutere - l’annuncio della fede, la liturgia, i processi per le cause dei santi, gli aspetti caritatevoli, la giustizia sociale – ma tutto il resto deve adeguarsi ai tempi. Come potremmo occuparci del fenomeno migratorio con un ufficio che risale ad alcuni decenni fa? E non è normale avere un dicastero per le comunicazioni, oggi, quando all’epoca del Concilio sembrò invece una conquista già dotarsi di una sala stampa? Tutto questo, ovviamente, può piacere a qualcuno e ad altri no, ma sono dinamiche normali. E al Papa, peraltro, piace procedere per sperimentazioni con i dovuti rodaggi che creeranno inevitabili disagi: ma le strutture, ripeto, vanno adeguate ai tempi, come anche le mentalità e la formazione degli uomini di Chiesa. Bisogna mettersi in ascolto, consapevoli del fatto che la Chiesa non è fatta dagli angeli, ma dagli uomini. E che tutte le istituzioni sono naturalmente resistenti ai cambiamenti. Ed è un bene che sia così, perché se fossero fluide non sarebbero punti di riferimento».
Ma il Santo Padre verrà ad Alessano per pregare sulla tomba di don Tonino Bello?
«Il Papa conosce bene e stima la figura di monsignor Bello. L’organizzazione dei suoi viaggi è legata a diverse circostanze. Il Santo Padre verrà di certo in Puglia, ma per venerare le spoglie di Padre Pio. Per il resto, aspettiamo».
Qual è il futuro della Chiesa in un’epoca di vocazioni latitanti e di polemiche diffuse?
«Il Papa l’ha detto nella sua esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”. L’Europa e l’Italia hanno bisogno di una nuova evangelizzazione. Prima di lui lo avevano scritto Wojtyla e Ratzinger: il Cristianesimo è frutto di un incontro, non di dottrine. La Chiesa non è un museo, è un organismo vivente».
In questa rinnovata visione della missione pastorale si inquadrano anche l’attenzione ai problemi della pedofilia e l’apertura ai divorziati risposati?
«Del primo aspetto si sta occupando anche il Consiglio dei cardinali, che farà delle proposte al Papa. Si tratta, però, di questioni delicate: non basta una seduta di un’ora per approfondire i fatti, e poi vanno ascoltate le persone e rispettate le diverse giurisdizioni. Sul secondo punto dico che se i divorziati voglio risposarsi questo è addirittura un bene: vuol dire che non hanno perso la fiducia nel matrimonio. E poi oggi la Chiesa è molto attenta all’aspetto soggettivo della questione, quindi bisogna valutare caso per caso. I tempi cambiano. Ad esempio, in passato i suicidi erano sepolti in terra sconsacrata, oggi per fortuna no. Ed essere cristiani deve fare di noi delle persone equilibrate, non dei frustrati. Il genitore che punisce sempre è inefficace come il genitore che non punisce mai».
Ma lei si sente un uomo di potere?
«Spero proprio di non esserlo. Ho mille difetti, ma proprio per il mio compleanno ho scritto una lettera ai miei collaboratori per dire: “Grazie, senza il vostro aiuto non sarei in grado di fare il vescovo”. Aggiungo che il mio stile di governo prevede che io faccia direttamente alcune cose perché su di me ricade la loro responsabilità, ma per tutto il resto mi piace condividere e delegare, perché mi fido delle persone che lavorano con me. Le racconto un particolare: quando monsignor Cosmo Francesco Ruppi mi consegnò la lettera con cui venivo fatto vescovo, il 10 luglio ’98, mi misi a piangere. E lui: “Perché piangi?” “Perché ora non potrò più insegnare”, risposi e non sapevo neanche dove fosse, Albano. Ora però sono contento e grato al Signore, e se dovrò rimanere lì non ho problemi. Il mio interesse è servire il Papa e poi tornarmene a casa».
Non la vedremo cardinale?
«Penso proprio di no. Se avesse voluto, il Papa mi avrebbe già nominato. E poi quella è una dignità che costituisce più un segno pubblico per gli altri che per se stessi. Però, spero di non morire vescovo ad Albano, anche se la mia tomba in cattedrale è pronta. Pure la mia casa a Monteroni è pronta, e spero di tornarvi per una serena vecchiaia con i miei parenti e i miei amici. Però essere sepolto nella propria cattedrale è il normale desiderio di ogni vescovo».
Da un mese Lecce ha un nuovo arcivescovo...
«Monsignor Michele Seccia è un amico. Siamo stati insieme in seminario e ringrazio il Signore se alla fine ha sciolto le riserve e i legami che lo tenevano a Teramo. Noi abbiamo come modello una figura biblica, Abramo, che accolse con fiducia l’invito divino a lasciare le certezze e a partire per destinazioni ignote. Forse quando ero a Oria non avevo compreso, ma ora lo so: l’ultimo compito di chi genera è lasciar andare, e anche da come ce ne andiamo noi gli altri imparano». Ultimo aggiornamento: 12:04