Il dramma della generazione X quei giovani eterni senza futuro

Sabato 11 Luglio 2020 di Claudia PRESICCE
Se guardandoci intorno, cercando la speranza e i progetti negli occhi della gente, nelle aspettative deluse di categorie di lavoratori e nelle sacche enormi di disoccupati, pensiamo alle difficoltà del futuro, la prima domanda che ci rimbalzerà in testa sarà: e i giovani che fine fanno? Se lo è chiesto la studiosa Marina Mastropierro nel suo interessante libro Che fine ha fatto il futuro? Giovani, politiche pubbliche, generazioni (edizioni Ediesse; 14 euro; 160 pagine), con la prefazione di Mimmo Carrieri. Se si parla di futuro, in un presente rigonfio di incertezze e inadeguato in quanto a progettualità, non si può evitare di trattare una materia che qui l'autrice definisce molto bene nella esplicita locuzione: questione generazionale.
«In Italia si assiste alla presenza di una nuova forma di disuguaglianza: quella generazionale scrive l'autrice in apertura di libro esiste una nuova classe di esclusi dal benessere e dalle opportunità del paese che si fa fatica a nominare: i giovani. Nella loro pancia un conflitto inesploso: la mancata ribellione al ricatto dei padri. Se le uniche forme di sostegno, economiche e morali, quando ci sono, arrivano dalla propria famiglia di origine, come è possibile rompere un cordone ombelicale sempre più stretto e che restringe ogni spazio di autonomia?».
La sua tesi punta il dito contro l'assenza di politiche pubbliche lungimiranti pensate per l'autonomia delle ultime generazioni, cioè i giovani (o poco meno) nati dopo il 1975 e accusati di lassismo e indolenza. Senza i mezzi e le strutture per creare autonomia non ci può essere emancipazione né futuro, e senza adeguate politiche economiche e del lavoro, politiche abitative e politiche familiari si cronicizza per le nuove generazioni l'impossibilità a realizzarsi. E in parte poi, spiega bene l'autrice, il processo di emancipazione giovanile si inceppa negli stessi ingranaggi in cui si ferma quello femminile. Mentre la società è andata cambiando velocemente, come pure è cambiato il valore della storia e il suo peso negli ultimi decenni, non c'è stata un'attenzione (come invece per esempio ci fu a metà 900 nel dopoguerra con il patto sociale) alla progettazione della società, soprattutto per una politica legata ad effimere esigenze contingenti, utili soprattutto a garantire poltrone, a mantenerle o a conquistarle. Lo studio della Mastropierro indaga sulle differenze anche tra le analoghe generazioni degli stati europei, sui cambiamenti sociali e culturali, e su una scarsa capacità di immedesimazione con generazioni che hanno altri occhi e altre capacità. Vivono cioè una realtà in cui non basta più la sola trasmissione delle esperienze degli adulti (anzi, per alcuni aspetti, con la rivoluzione digitale, quelle esperienze risultano obsolete o inutili). Ma non è tutto.
Il libro densissimo di spunti, va a sondare fino in fondo le cose. Così si imbatte in una ricerca tra 30/40enni pugliesi entrati nel programma di politiche giovanili regionali denominato Bollenti Spiriti. È una finestra che si apre su un mondo emblematico: sono stati intervistati e studiati giovani nati tra il 1975 e il 1985 che vivono in Puglia. Di ognuno si è seguito il percorso dopo il progetto pugliese, peraltro premiato a livello europeo e fortemente propositivo e declinato su fronti occupazionali diversi. La maggior parte degli intervistati non ha potuto, dopo l'esperienza spesso notevole in quanto ad impatto sul territorio (per esempio esportare un modello di integrazione già attivo a Milano nelle carceri pugliesi), emanciparsi. Cioè quasi mai l'esperienza maturata nell'ambito ampio del progetto si è tramutata in lavoro fisso. Il precariato soffoca questa generazione. Ma la possibilità del lavoro precario è stabilita dalle leggi italiane, da una politica neoliberista del tutto inadeguata alla costruzione del futuro. Il libro si chiude con un denso Manifesto di welfare generazionale, tutto da leggere, che suggerisce soluzioni: tra queste un reddito minimo garantito come strumento di emancipazione sociale e una riduzione degli orari di lavoro.
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