Mauro Berruto, l'allarme: «Sport maltrattato, così muore»

Venerdì 16 Aprile 2021 di Daniele Petroselli
Mauro Berruto

Le Olimpiadi come occasione di ripartenza, ma anche i problemi dello sport italiano dopo oltre un anno di emergenza Covid-19. A parlarne è stato Mauro Berruto, ex ct dell'Italvolley ma anche uomo di cultura, con un passato da ad della Scuola Holden di Torino.

 

Che importanza possono avere i Giochi di Tokyo in questo momento storico?
«Certamente è la prima occasione di riscossa planetaria a un problema mondiale. Siamo finiti in una pandemia e non c'è stato un qualcosa che ha tenuto insieme tutto il pianeta. E le Olimpiadi potrebbero esserlo. Sarà un'edizione diversa rispetto al passato. Di sicuro non parteciperà il pubblico straniero, e questo già stravolge il senso stesso dei Giochi, nati come performance di fronte a un pubblico globale. Ci sono però ancora tanti atleti e squadre che devono ancora qualificarsi e il rischio Covid è dietro l'angolo per tutti. Posso solo immaginare quanto questa cosa possa generare ansia negli atleti, che aspettano un evento del genere per tutta la vita».

 

A poco più di un anno dall'inizio della pandemia, qual è lo stato di salute dello sport italiano?
«La percezione è che ci si sia completamente dimenticati di un mondo che insieme a quello della cultura, dei teatri e del cinema non ha visto una ripartenza. Il contributo attivo dello sport al Pil nazionale, secondo dati pre-pandemia, era di quasi 30 miliardi. Mi auguro che il prossimo decreto possa mettere in moto la situazione. Non si può immaginare di lasciare senza ristori e sostegno i datori di lavoro del mondo dello sport, dall'oratorio alle associazioni, dalle società sportive dilettantistiche a quelle di vertice. Non è possibile che ci si dimentichi del mondo dello sport. Speriamo che nel Decreto Imprese ci sia con evidenza una parte importante destinata al mondo dello sport. Non è più dilazionabile il tempo, la situazione è drammatica. Il numero di società che si interrogano sul loro futuro è spaventosa. Dobbiamo intervenire sul presente, aiutandoli sulle spese attuali, ma anche costruendo un modello nuovo».

 

In che senso?
«Uno che riconosca la dignità dello sport non solo dal punto di vista dell'impiantistica ma che sia capace di sostituire al modello precedente, che ha tenuto botta per 70 anni, fondato sul denaro privato delle famiglie e su una delega delle politiche pubbliche.Mi batto per inserire lo sport nella nostra Costituzione. I padri costituenti hanno fatto un lavoro fantastico, ma c'era un problema sport all'epoca, visto che nel periodo precedente era stato uno strumento di propaganda. Ma oggi non lo è più. Significa sancire un diritto, che non potrà più non dialogare con gli altri diritti come quello alla salute e all'istruzione e immaginare delle politiche pubbliche di sostegno a un mondo che non è solo sport di vertice ma che è anche cultura del movimento. In questo modello nuovo credo non si possa più prescindere da un interesse pubblico al mondo dello sport e alla definizione dello stesso come bene essenziale».

 

Quanto hanno sofferto i giovani senza sport?
«Sono fortemente preoccupato dei talenti, di una filiera destinata a costruire atleti di valore assoluto, ma in egual misura da tutti gli altri che non diventeranno atleti ma semplici sportivi. Siamo in testa alle classifiche di obesità tra i bambini e gli adolescenti. E tutto questo si trasforma in un peso economico per le famiglie e lo Stato. Una società che perde la funzione educativa dello sport è una società che va incontro a problemi. Lo sport contribuisce a costruire la personalità degli esseri umani. E una società che non parla col mondo dello sport, se ne dimentica, è una società che sta firmando un conto che qualcuno pagherà».

 

Eventi sportivi con la presenza del pubblico, ci sono speranze a breve?
«E' ovvio che il tentativo è quello di creare le condizioni di sicurezza per tentare di riaprire in maniera progressiva ma soprattutto irreversibile. Quando si riapre, non si deve tornare indietro. La rabbia che vediamo oggi è dovuta a questi continui stop&go. La madre di tutte le battaglia è la campagna vaccinale, che determina la road-map delle aperture. Devono generarsi le condizioni affinchè queste aperture siano definitive. Giusto quindi riaprire gli impianti in maniera graduale, ma dobbiamo creare le condizioni per non tornare alle chiusure viste in precedenza».

 

Cosa dice del pressing della Uefa nei confronti dell'Italia per il pubblico all'Olimpico per Euro 2020?
«Mi piacerebbe tanto sentire dalla Uefa una presa di posizione chiara e definitiva rispetto alla finale di Champions a Istanbul, viste le ultime vicende e i problemi della Turchia con i diritti umani. Bisogna essere coerenti. Era auspicabile aprire anche parzialmente il pubblico per un evento del genere, ma mettere una pressione così forte su uno Stato in una situazione simile non è giusto».

 

Come esce il mondo del volley, che lei conosce molto bene, da questo momento?
«Qualche problema c'è, vedendo le dichiarazioni recenti della presidentessa del Modena, uno dei club principali in Italia. La pandemia ha colpito a tutti i livelli. La massima serie ha retto ma ha dovuto sopportare grandi difficoltà. Il problema riguarda i campionati dove si è professionisti nei fatti ma nominalmente dilettanti. E' quel mondo lì che oggi non so come ne uscirà fuori da questo stato d'emergenza. Alcuni sport vengono ritenuti professionistici e quindi garantiscono e tutelano chi ci lavora, ma ce ne sono tanti altri che nei fatti sono professionistici ma che nelle norme sono ritenuti dilettantistici».

 

Il 13 maggio le elezioni per la presidenza del Coni. Quali le priorità per il nuovo numero 1 dello sport italiano?
«Uno è il tema del professionismo nello sport, come ho detto poc'anzi. In generale però dare una risposta unitaria ai tanti problemi che ci sono. La vicenda che ha visto coinvolte Sport e Salute e il Coni ha generato tante tensioni. Uno può ottenere risultati se tutti sono uniti per un obiettivo comune. Non si vince mai quando si litiga: tutte le componenti dello sport italiano devono ritrovarsi dalla stessa parte. Se non ora, mi chiedo quando. E poi c'è un tema, quello della tipizzazione dell'attività sportiva, che la legge di riforma ha sbagliato a trattare. Si è messo insieme un mondo che va dall'oratorio al club di Serie A, invece lo sport nel nostro Paese ha diverse anime: c'è il professionismo, il semi-professionismo, il dilettantismo, il volontariato puro, ma anche quello composto dalle società che si occupano di palestre e impianti. Serve normare differentemente ogni situazione. Bisogna evitare che dei costi maggiori a cui andremo incontro ne paghino le conseguenze le famiglie».

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