Silvia Romano, Oliviero: «Non si può improvvisare, servono 7 anni per formare un volontario»

Martedì 12 Maggio 2020 di Claudia Guasco
Silvia Romano, Oliviero: «Non si può improvvisare, servono 7 anni per formare un volontario»

Fissare le regole, non cadere nella trappola dei facili entusiasmi. «Ogni volta che un ragazzo vuole entrare nel nostro gruppo, prima di tutto gli diciamo: Se ne parla tra un mese, ripresentati con le tue motivazioni. Trascorso un mese, non tutti coloro che parevano così determinati a unirsi a noi ritornano». Ernesto Olivero ha ottant'anni e con la stessa forza di quando cominciò l'avventura guida il Sermig, il Servizio missionario giovani fondato a Torino nel 1964 con la moglie Maria. Oggi l'Arsenale della Pace è il cuore di una realtà di solidarietà presente in ogni angolo del mondo, 3.420 progetti di sviluppo in cinque continenti dal Libano al Brasile, dall'Iraq al Rwanda, dalla Georgia al Bangladesh. Oltre settanta le missioni di pace condotte nelle zone più calde, che sono valse a Olivero la candidatura al Nobel per la pace da parte di Madre Teresa di Calcutta.

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L'esperienza internazionale in territori difficili non vi manca. Che errori ha commesso chi ha mandato Silvia Romano in Kenya?
«Cominciamo dai candidati. Chi torna da noi dopo un mese con motivazioni solide, viene accolto per una prova trimestrale. È essenziale che chi è in difficoltà si raffronti con persone equilibrate. Perciò dopo la prova lo rimandiamo a casa e gli diciamo Torna tra un mese. Ci vogliono sei, sette anni per entrare e far parte del gruppo e intraprendere missioni all'estero. Del resto, se si vuole diventare geometra quanti anni si studia? Per diventare volontario servono equilibrio e saggezza. Inoltre è un impegno che può durare tutta la vita, perciò chi vi si dedica deve trovare motivazioni nuove ogni giorno. E infatti i nostri volontari hanno periodici momenti di confronto e di approfondimento, è un lavoro che richiede dedizione e non consente mai cali di attenzione».

E soprattutto che non si improvvisa
«Mai, questo bisogna tenerlo sempre ben presente. Quando ci hanno chiesto di andare in Giordania e in Brasile, la prima cosa che ho fatto è stata partire per conto mio. Sono andato a studiare il territorio, conoscere la gente, capire a fondo la realtà. Siamo andati dapprima in modo riservato, per approfondire le abitudini di questi Paesi e chiarirci le idee su cosa avremmo potuto fare. Quando l'abbiamo capito, abbiamo accettato l'incarico. Oggi a San Paolo accogliamo ogni giorno quasi 2.000 persone, in Giordania abbiamo una casa per decine di bambini disabili, sia cristiani che musulmani. Abbiamo sperimentato che l'umanità e la sofferenza dei piccoli sono il banco di prova per coltivare amore, rispetto, aiuto reciproco. Il mondo arabo è molto più complicato, all'inizio siamo stati rifiutati. Noi abbiamo portato ragazze giovani, per dimostrare che uomo e donna hanno le stesse possibilità di comandare. Ma prima hanno imparato l'arabo. Non vai in un Paese di cui non conosci la lingua».

Altre condizioni?
«Non mandiamo una persona da sola e dobbiamo avere un punto di riferimento sul posto. Anche noi ci siamo trovati in situazioni molto difficili, i nostri volontari però non erano mai soli. Ogni giorno si può sbagliare, serve sempre qualcuno accanto. Ancora, entusiasmo è una parola terribile, noi vogliamo la convinzione: è ciò che ti fa capire davvero che situazioni stai vivendo. Ai nostri volontari, per prima cosa, non facciamo incontrare le persone disagiate. Devono fare le pulizie, mettere in ordine le nostre case. Un passo alla volta».

Il pagamento del riscatto, nel rapimento dei volontari, è un tema che divide.
«Non mi permetto di giudicare. Dico solo che se si entra in un meccanismo che non si può dominare, serve saggezza. Se non sono in grado di gestire una situazione, sto bene attento a non infilarmici. Ci sono dolori, sofferenze di mezzo. Ora la polemica non serve a niente».

 
 

 
 
 

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