Il cambio di passo necessario per valorizzare il patrimonio culturale

Il 2018 è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale. Nella profonda crisi che scuote le fondamenta dell’Unione Europea questa occasione diviene una delle sfide principali. Una scommessa che il nostro territorio deve saper cogliere e rilanciare. Cerchiamo dunque, come antico esercizio, di interrogare le parole, magari con uno sguardo carico di stupore, con una umiltà di fondo che ci possa mettere in condizione di cambiare il senso comune.
Siamo sicuri di comprendere cosa sia, oggi e qui, il Patrimonio Culturale? Forse potremmo partire, semplicemente dalla consapevolezza che questo è prima di tutto il nostro patrimonio. Gli inglesi lo definiscono infatti heritage, parola che deriva dal latino hereditare, il cui senso ben conosciamo in italiano. Il concetto è abbastanza evidente: si tratta di qualcosa che abbiamo ricevuti dai nostri antenati.
Certo in questi ultimi venticinque anni il Salento ha visto una poderosa macchina di invenzione identitaria per cui, a questo punto, più di qualcuno storcerà il naso.
E forse proprio da questo interrogativo dovremmo partire: qual è il grado di conoscenza, qual è il grado di consapevolezza dell’eredità che questo territorio possiede?
Spesso anche in questi ultimi mesi, necessariamente durante le nostre straordinarie notti di mezza estate, ci troviamo a descrivere l’incantevole bellezza delle nostre coste, dei nostri piccoli borghi, dei nostri centri storici. Insomma del Presciu de lu Salentu. Ma questo sentimento non è consapevolezza, è semplice spirito di campanile. E spesso lo spirito di campanile – base del plurisecolare provincialismo italico – non ha la capacità di guardare oltre al proprio orizzonte.
Ogni sistema culturale è profondamente radicato in processi complessi e lunghi.
Che fare, allora? Forse potremmo continuare a interrogare le parole e, nello stesso tempo, iniziare a cogliere ciò che intorno a noi continua a muoversi.
Ad esempio invitarci ad abbandonare termini ridicoli e – mò ci vuole – fuori luogo come ad esempio la parolaccia location. Questa parola infatti è un anglismo improprio che deriva dalla terminologia cinematografica che indica genericamente un esterno, termine che appare nel 1914 negli stabilimenti cinematografici di Hollywood.
Semmai questa parola richiama la locazione e potrebbe fare felici a ragione la lunga schiera di affittacamere che poco si interessa del destino di questa terra e della sua consapevolezza. Proprietari più o meno dichiarati di Bed & Basta (in quanto il breakfast consiste in un buono da presentare al bar più vicino alla camera affittata),
Altro anglismo funesto che ha informato le politiche culturali di questi anni è audience development. Questo termine che deriva dalla prima definizione degli ascoltatori radiofonici si declina, di fatto, sul versante dello sviluppo del pubblico, ed in buona sostanza del consumatore di cultura. Ma nei luoghi (teatri, biblioteche, università, piazze, strade, corti) vivono donne e uomini, palpitano le differenze in cerca di senso, in cerca di sensi.
Altra parola terribile da cui dobbiamo iniziare a liberarci è contenitore. Parola quasi magica che riempie discorsi e destini dei luoghi dove la cultura dovrebbe farsi. La merce poco s’addice alla delicatezza dei luoghi, al carattere pulsante dell’arte che diviene esperienza condivisa.
Non c’è bisogno di scomodare urbanisti e architetti per comprendere che i luoghi non sono mai dei contenitori. Semmai sono essi stessi sostanza dell’esperienza che da lì si muove, prende vita e forma.
Forse è ancora possibile tenere a mente che poeticamente abita l’uomo. Questa famosa e antica definizione di Hölderlin non può che farci bene. Non può che farci incamminare verso quel senso di consapevolezza e responsabilità che il nostro Patrimonio Culturale richiede. Mettersi in ascolto, darsi il tempo di guardare, attraversare camminando e con sguardo carico di stupore i luoghi: costruire momenti di esperienza della comunità.
Queste le indicazioni generali che devono essere riversate in azioni concrete.
Questo lavoro deve essere condotto da tutta la comunità intrecciandosi, non come forma di intrattenimento ma come orizzonte sostanziale. Archeologi, artisti visuali, studiosi, scrittori, musicisti, giornalisti, gruppi teatrali: tutti siamo chiamati ad un senso di responsabilità e di appartenenza contemporanea al patrimonio culturale di questa terra. Tutte le persone che abitano (poeticamente) questo luogo sono chiamate a dare un segno di consapevolezza. Le scoperte di questi ultimi anni di Rudiae e di Castro ripropongono la rilevanza di questi luoghi per tutto il Mediterraneo con cui dobbiamo essere in grado di confrontarci. L’importanza di questi luoghi non è casuale, ma deve cominciare ad essere consapevole. Non pensiamo ad una meta turistica. Dobbiamo semmai costruire un luogo dove l’ospitalità diviene senso fondamentale, luogo in cui fare esperienza del vivere, antico e vivente fondamento di una comunità plurale, complessa, internazionale, bella.
 

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