La normalità ai tempi del coronavirus: diario di sopravvivenza

Mi sono imposto di vivere e non di sopravvivere in anticipo sui tempi, anche senza amuchina. Intanto non se ne trova, e i pochi flaconi in circolazione (ormai solo su internet) hanno cifre da capogiro che sarebbe più economico, oltreché salutare, igienizzare mani e corpo con un buon rum giamaicano: un goccio nel palmo e uno nello stomaco, dosi e proporzioni consigliate. L’effluvio si presterà a imbarazzanti equivoci, non è che l’alternativa emani odore migliore. In tempi di deliri collettivi meglio seguire i suggerimenti di chi la vita sa prenderla con un certo spirito, fosse anche a elevata gradazione, per aver capito tanto e forse troppo. Quasi tutti gli altri, dopo aver passato gli inverni dell’esistenza a dispensare microbi con vigorose strette di mano contaminate da fragorosi starnuti, hanno riscoperto le virtù taumaturgiche della profilassi. Tipi assai curiosi, e perciò evidentemente pericolosi. Tenersi alla larga.

E anche senza farina, vivrò. Né pelati. Né scorte industriali di biscotti zeppi di conservanti purché senza olio di palma, quello no, non sia mai: a furia di inseguire il pericolo mortale del momento dimentichiamo sempre quello globale che metterà a repentaglio il quotidiano nutrimento. Un po’ miopi, un po’ presbiti. E comunque con problemi. Da tutto questo starò alla larga. Non farò incetta di prodotti, men che meno a elevato indice glicemico: non vivo nell’attesa del day after, non perché pervaso da sicurezze predittive o aspirazioni ascetiche, semplicemente per pigrizia. Niente corse ai supermercati, né code alle casse dopo spericolata gincana tra gli scaffali: sono luoghi imperscrutabili, me ne tengo a debita distanza. Sono il tipo che, se e quando, ma proprio se e quando, brancola come un rabdomante sotto distese di neon con la lista della spesa in mano, un po’ Totò e un po’ Peppino all’arrivo a Milano, sperduto in un mondo di regole ferree sottratte alla mia comprensione. La logica del commercio alimentare è una scienza impenetrabile. Dove albergano i fagioli borlotti? E i pomodori pachino? E il sale grosso, esiste ancora? E se sì, perché è così maledettamente in basso. Con lo zucchero è tregua, quello ormai l’ho capito: sempre sotto il naso, mai una volta che lo veda. Ecco, se anche volessi, arriverei ultimo a trovare le cose. Ma a quel punto sarebbero già sparite pure dalle scorte in magazzino. Partita persa in partenza. Abbuffatevi.

E quanto alla mascherina, no grazie. No davvero. Siamo fuori dal Carnevale con anticipo sul calendario. Semel in anno licet insanire, due o più volte no. Sono sopravvissute le sfilate a sud e neanche dappertutto. La velocità di marcia di carri allegorici e figuranti non è stata stimata alla stessa misura, e in ogni luogo, superiore alla progressione del virus. Putignano ha resistito. Ma qualcuno ha ceduto, vuoi le pressioni e, molto, le impressioni. In una cittadina del Salento è stato rinviato l’appuntamento con l’attrazione del giorno, Capitan Ventosa: non tanto per il nome evocativo dell’inviato di “Striscia”, inquietante se abbinato all’idea di microbi che ti si appiccicano addosso anche solo con un sospiro, ma per la provenienza dell’ospite, nel senso dell’artista, in arrivo dal nord e quindi da zone a rischio. E comunque, mascherina no. Prendetevi pure la mia. Ho scoperto che non serve tanto a proteggere i sani quanto a schermare gli ammalati. Fate pure. Ma se siete parlamentari, e a scalare rappresentanti di rango inferiore, evitate discutibili messinscene nei luoghi istituzionali. E se proprio, non motivatele col sovraffollamento del posto. Il Parlamento, e dai, ma chi ci crede?

Tuttavia lo so: prima o poi cadrò anch’io. I meccanismi salvifici del corpo umano, un sistema complesso perfezionato in milioni di anni, mi porteranno a starnutire. Non importa se per influenza, qualunque essa sia, o per allergia. Quando arriverà quel momento, per quanto educato e contenuto possa essere, limitando al minimo la rappresentazione teatrale che una certa vena meridionale mi porterà a interpretare oltre la mia stessa volontà di resistere, in quell’attimo sarò l’uomo più solo al mondo, circondato da unanime e contestuale diffidenza e ostilità. Sarà in quel preciso istante che ricorderò il più utile dei consigli ascoltati in questi giorni: quando starnutite non impersonate le fontane a getto della migliore arte barocca, ma proteggete voi e gli altri senza usare il palmo della mano - attentatori! - né il dorso - attentatori subdoli e ingannatori! - ma semplicemente l’incavo del braccio (ho sentito qualcuno suggerire il gomito, sarà stato un contorsionista). Ecco, io userò proprio quello, l’incavo del braccio, in altre occasioni adibito a impieghi meno ossequiosi e prudenti. Non lo farò per proteggere nessuno, no. Sarà un modo per nascondere il volto e scappare senza essere riconosciuto. Sfuggendo, se possibile, al sospetto. Con i creditori funziona, di solito.

E alla fine mi arrenderò, probabilmente sì. Eviterò i luoghi affollati, gli stessi dove la viralità (non la virilità) raggiunge il massimo splendore, moltiplicando tutto di bocca in bocca, di mano in mano, col contributo - consapevole o inconsapevole, siamo irresponsabili spesso a nostra insaputa - di tutti quanti. Ecco, sì: mi terrò alla larga dalle chat di gruppo, quelle dove ognuno sa, ognuno spiega, ognuno posta; e se non sa, non spiega e non posta, di certo conosce la fonte della saggezza, fosse pure la sciagura epocale dei no vax (finiremo sui libri di storia anche per questo, o solo per questo). Perderò la parte nobile dell’umanità, l’ironia, che pure abbonda, ma forse eviterò di incrociare una fetta di quella peggiore, la stupidità, che non scarseggia: non contagia, però intossica. E chissà, magari andando via ne porterò con me una quota importante...

 

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