Le “prinçese”, via del Campo e l’alcova dal soffitto viola: il tour dei cantautori, nel cuore di Genova

Sabato 22 Giugno 2019 di Sabrina Quartieri
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A pochi passi dal mare di Genova, in un quartiere residenziale chiamato Foce, seduti sulle panchine fuori dal Cinema Aurora in via Cecchi o ai tavolini del Bar Igea in corso Torino, dei giovani artisti talentuosi, sul finire degli anni ’50, iniziano a scrivere una delle pagine più belle della canzone d’autore italiana. Le loro creazioni sono autentiche poesie in musica, e le parole che usano sono diverse, più vere.
 

 

I protagonisti di questa storia che, in parte, continua ancora oggi, sono Gian Franco e Gian Piero Reverberi, Giorgio Calabrese, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Fabrizio De André. In quegli anni tutti respirano la stessa aria e la medesima arte, contaminata dagli influssi rock e jazz d’oltreoceano e dai “chansonnier” francesi. Ma ognuno di loro è un mondo a sé, unico e inimitabile, anche nella musica a cui danno vita. Oggi, tanto il cinema quanto il bar non esistono più, e per riscoprire i capolavori di questo gruppo di artisti amici riuniti in una sorta di denominazione collettiva come “scuola dei cantautori genovesi”, l’ideale è perdersi nel dedalo di “caruggi” della città della Lanterna, dove ancora coesistono quei microcosmi fatti di luoghi, di volti e di incontri, protagonisti di album passati alla storia. 

Nella piazzetta di fronte al museo “Viadelcampo29rosso”, dove tra dischi in vinile e riviste d’epoca viene custodita la mitica chitarra “Esteve ‘97” appartenuta a Faber, un’insolita presenza svela un curioso aspetto della città ligure: a tenere compagnia all’edicola più antica di Genova (un tempietto votivo trecentesco), dal 2001 c’è una sorta di “edicola laica” con il volto in ardesia di De André. Ammesso, grazie al suo genio, nel gotha dei santi e delle madonne, anche il cantautore va in soccorso così ai genovesi che, per orientarsi nel labirinto di vicoli, gettano sempre un occhio alla parata di santi e numi protettori che fa capolino in ogni crocevia. La scultura mantiene impressi su di sé gli indimenticabili versi “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, che chiudono il celebre brano intitolato “Via del Campo”. Partendo proprio dalla fatiscente zona dell’angiporto e del ghetto, “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” (da “La città vecchia”), ha inizio l’affascinante e nostalgica passeggiata nella Genova dove i traffici di merci si mescolavano con gli “affari” delle “graziose” di De André.
 
Pochi pochi passi più in là, un gruppetto di “prinçese” ingannano il tempo tra chiacchiere e risate, mentre aspettano il prossimo cliente. I passanti si fermano e sorridono, quando scorgono la targa immacolata vicino al portone del loro “ufficio”, con la dedica di don Andrea Gallo. Si legge: «L’amore è amore, direzionalo dove vuoi tu. Voi trans siete i miei apostoli». Le signore in annoiata attesa, conosciute nel quartiere da sempre come Rosa e Ursula, rivendicano con orgoglio di essere due “prinçese” di De André: «Siamo rimaste in dieci. Un tempo eravamo 200. Io ho più di 70 anni, sono arrivata qui da Napoli a 16 anni». Rosa, che parla, è più spigliata rispetto alla sua pacata collega. Ha un fare gentile e tratta i forestieri in modo ospitale, senza badare a chi le posa addosso uno sguardo di troppo, per il fatto che esercita quello che viene considerato il più antico “mestiere” del mondo. Rosa e le altre fanno parte dell’associazione “Princesa” che tutela i transgender e che deve, appunto, il suo nome a una canzone di Faber. Tutte, quando possono sdebitarsi con la città che le ha accolte, si prodigano con generosità, tenendo pulite le stradine e abbellendole con grandi piante verdi. La loro presenza, inoltre, che fa parte ormai delle tradizioni e del folclore della Superba, viene difesa da molti genovesi che vivono qui, perché le “prinçese” sono ostinate a tenere lontano chi vorrebbe trasformare la zona in piazze dello spaccio.
 
Nei portici di Sottoripa, a due passi dal liceo Colombo frequentato da De André e a uno da via del Campo, si trovavano quelle friggitorie – in dialetto chiamate “sciamadde” – dove il cantautore genovese andava regolarmente; ne è sopravvissuta una: “Carega” e vi si trovano le immancabili panizze, le farinate e i cartocci di pesce. Nelle drogherie storiche si ordina, invece, la cima alla genovese cantata da Faber nel brano in dialetto “A çimma”. Servita al piatto o con un panino, questa carne è insaccata in una tasca di punta di petto di vitello, ed è farcita con uovo, piselli, pinoli, prosciutto cotto, parmigiano reggiano e maggiorana. In passato conteneva anche i laccetti di vitello e le cervella. A detta della gente del posto, nella non lontana rosticceria “Vitale” in via della Maddalena, la tradizionale pietanza ligure è “un must” per i buongustai. La strada, oggi rinomata per le sue botteghe, non è difficile da ricordare, perché è la stessa che fu cantata come fosse un suk in “Madaenn-a” dal re dello swing Natalino Otto che, per l’occasione, unì il dialetto genovese alle sonorità della bossa nova.

Ancora: dietro la cattedrale si nasconde uno dei luoghi più catartici della città. È legato al brano di Faber “Sinàn Capudàn Pascià”, che racconta una storia ispirata alla vita del genovese Scipione Cicala, la cui esistenza avventurosa lo portò a diventare ammiraglio della flotta turca e persino Gran Visir. Nella piazza omonima (oggi delle Scuole Pie), abitava la sua famiglia. Passando oltre, si raggiunge l’area rinomata in passato per le “case di tolleranza”. È qui, precisamente in vico dei Castagna, che si intravede il palazzo con l’alcova dal soffitto viola de “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli. Il quartiere della Foce e via Cecchi sono i luoghi in cui vivevano e si incontravano i fratelli Reverberi, Lauzi, Bindi e De Scalzi, spesso raggiunti da Paoli, che in gioventù abitava a Pegli. Al teatro Instabile, all’epoca un cinema, il gruppo di amici trascorreva le serate. E poi c’erano le loro panchine di via Cecchi, con le targhe oggi dedicate a Lauzi e Bindi. In via Rimassa, invece, si trovava l’enoteca della madre di Tenco. L’ultima tappa di questo “viaggio” di riscoperta dei posti e dei volti cantati dai grandi maestri della “scuola genovese”, è Boccadasse. Nel suggestivo borgo marinaro, Paoli abitò per qualche tempo. Nella “vecchia soffitta vicino al mare, con una finestra a un passo dal cielo blu” viveva anche la sua Ciacola, protagonista della celebre canzone “La gatta”.

«A chi si chiede perché proprio a Genova sia accaduto tutto ciò, si può rispondere che fu lei il punto di arrivo della musica d’importazione, lecita e non, proveniente dagli Stati Uniti, dal jazz allo swing, seguita da quella francese di Brassens e Brel, dai quali soprattutto De André e Paoli trassero ispirazione», spiega Paola Bordilli, assessore al Turismo, al Commercio e all’Artigianato della città della Lanterna, che aggiunge: «Stiamo lavorando molto sulla valorizzazione del legame della città con il cantautorato. Oggi la “scuola genovese” ha uno spazio in via del Campo, e poi c’è il progetto all’Abbazia di San Giuliano – aggiunge Bordilli – Recentemente restaurato, questo luogo diventerà un centro dinamico per ripercorrere, in maniera interattiva e multimediale, il repertorio e la biografia dei grandi maestri, e permetterà di istituire corsi di formazione legati alle nuove professioni della musica. La nostra Genova – conclude l’assessore – si candida così a essere il centro di riferimento della canzone d’autore di tutti i tempi e il luogo in cui la forza delle parole può diventare memoria».

Ultimo aggiornamento: 17 Luglio, 13:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA