Stop all'aborto farmacologico a casa, la protesta: «Vogliono ancora decidere sul corpo delle donne». Ma il Family Day: «Donne più tutelate»

Domenica 14 Giugno 2020 di Aurora Provantini

«Con la scusa della tutela della salute si vuole tornare indietro, a controllare il corpo delle donne». Silvia Fornari, docente di sociologia generale dell'Università di Perugia ed esperta di violenza di genere, interviene sulla delibera della giunta regionale, proposta dall'assessore Luca Coletto, con cui viene definitivamente abrogata la vecchia Dgr Marini del 2018 relativa al cosiddetto aborto farmacologico a domicilio. «Da oggi gli interventi dovranno essere effettuati, come previsto dalla legge, in regime di ricovero ospedaliero, evitando che la donna sia di fatto lasciata completamente sola anche davanti ad eventuali rischi, come emorragie, infezioni o altre gravi complicanze» dichiara il senatore Simone Pillon, commissario della Lega di Perugia.
«Di fatto quello a cui assistiamo è un tentativo di spostare ancora una volta indietro le lancette dell'orologio, ad un'epoca in cui i processi culturali permettevano di esercitare un potere non richiesto sul copro delle donne» replica Silvia Fornari. «La possibilità di affrontare un'interruzione di gravidanza con modalità di riservatezza era stata studiata proprio per particolari casi spiega la docente - per ragazze maggiorenni che non volevano condividere la propria scelta con la famiglia, o per donne vittime di violenza domestica che non potevano giustificare l'assenza da casa di due giorni per un ricovero. Stiamo parlando di scelte dolorose e personali delle quali non è necessario che venga informato il mondo intero».
La volontà di gestire un aborto chimico tramite l'assunzione della pillola Ru486 entro la settima settimana di gravidanza, con un ricovero ospedaliero di due o tre giorni, sembra quasi un invito a ritornare sulle proprie decisioni. Fino ad oggi la procedura garantiva la riservatezza, nonostante il farmaco venisse somministrato in ambiente ospedaliero e quindi in sicurezza, dopo i controlli ecografici e clinici di rito sullo stato della gestazione (anche per scongiurare l'ipotesi di una gravidanza extrauterina). A due ore dall'assunzione del mifepristone la paziente poteva firmare le proprie dimissioni volontarie dal day hospital e tornare nelle 48 ore successive per altri controlli e la somministrazione di un secondo farmaco. In questo modo si consentiva di tenere per sè il dolore di quella scelta, dettata da motivi privati. Con l'obbligo di ricovero invece, che tra le altre cose graverà sul servizio sanitario regionale, quella scelta non potrà più restare segreta. Alessandro Camilli, medico di base, conferma che molte donne scelgono di interrompere la gravidanza farmacologicamente in quanto la «procedura è sicuramente meno traumatica di quella chirurgica». «Ho avuto modo di accompagnare diverse pazienti in questo percorso difficile, e l'aspetto della riservatezza le ha preservate da nuove sofferenza. Da oggi dover essere ricoverata, magari accanto ad una donna in travaglio di parto, potrebbe essere più traumatico. Non solo, ma dover giustificare agli occhi di un figlio o di un genitore l'assenza da casa, limita di fatto i diritti della donna». «L'interruzione di gravidanza è già una scelta dolorosa e riteniamo che non si possa aggiungere trauma al trauma con l'obbligo di ricovero», affermano Valentina Porfidi, segretaria della Cgil di Terni, e Luciana Cordoni, del coordinamento donne dello Spi Cgil di Terni. Le associazioni Family Day e Famiglie Numerose considerano, invece, la delibera della Tesei «un passo in avanti nella tutela della salute della donna».

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