Settimana europea della mobilità sostenibile: l'Italia cammina a passo di gambero

Settimana europea della mobilità sostenibile: l'Italia cammina a passo di gambero
di Giorgio Ursicino
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Mercoledì 21 Settembre 2022, 13:14 - Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 07:43

Quest’anno le municipalità che hanno aderito alla “European Mobility Week”, organizzando incontri e manifestazioni locali, sono state 2.738 in rappresentanza di 47 nazioni.

Qualcosa in meno dello scorso anno quando le due cifre superarono 3.000 per le città e 50 per le nazioni. Significa che l’idea è già in crisi? Certo che no. Negli anni recenti il pianeta (e soprattutto l’Europa) ha dovuto incassare colpi bassi non da poco, con ripercussioni dirette proprio nel modo di muoversi delle persone. Quindi il tema è più che mai attuale. Del resto, è noto che l’Unione si è data come priorità assoluta una mobilità «molto sostenibile» – sia dal punto di vista del rispetto ambientale sia da quello della sicurezza – diventando addirittura l’apripista di un modo diverso di spostarsi.

BRUXELLES E STRASBURGO

Gli obiettivi sono parecchio ambiziosi perché nei corridoi di Bruxelles e di Strasburgo circolano indicazioni come «zero vittime» e «zero emissioni» da centrare prima del 2050. Nel pianeta in costante evoluzione, non solo dal punto di vista climatico, ma anche da quello geopolitico, è strategico pensare con una visione di lungo termine. È molto difficile, però, prevedere lo scenario nel quale dovremo muoverci. Anzi sta diventando quasi impossibile. Nessun analista o visionario aveva intuito solo 24 mesi fa che il prezzo dell’energia, fondamentale per la gran parte delle attività umane, sarebbe potuto aumentare in modo esponenziale. E la tempesta perfetta si è scatenata proprio qui, in Europa. Una terra coraggiosa, sebbene talvolta un po’ pasticciona, che però non ha esitato ad abbracciare la nuova religione, mettendo all’indice le fonti inquinanti, nonostante una parte del pianeta sia tuttora restia – in particolare Cina e India – a modificare così velocemente nel segno dell’ambiente i rispettivi programmi di sviluppo. E ciò rende ancora più oneroso il progetto europeo in termini di concorrenza sui mercati. D’altro canto la mobilità è considerata da tutti un diritto irrinunciabile e non si possono tenere fuori da questo bene fasce importanti di popolazione solo perché il costo della transizione ecologica e quello dell’energia sono sfuggiti di mano. Il punto è che per porre rimedio, si rischia di fare sul fronte ecologico esattamente il contrario di quello che si era promesso. Cosa che in parte sta già avvenendo. Basti pensare alla guerra sul gas, diventato ambìto come mai, tanto che all’asta quotidiana di Amsterdam c’è un vera ressa per accaparrarsi le quantità massime ai prezzi massimi (e non è solo merito della speculazione russa). Sicché, anche il greggio rischia di tornare di moda, dopo che le compagnie petrolifere avevano cambiato nome, al pari dell’associazione di categoria. Addirittura si è rispolverato l’inquinatissimo carbone, cancellato dal buon senso perché è una vera mecca per il particolato, fortemente dannoso per la salute.

GLI INCIDENTI DIETRO L’ANGOLO

Il tema di quest’anno della Mobility Week è “Muoviti sostenibile... Migliori Connessioni” in quanto la mobilità è tanto più pulita quando le persone e i luoghi sono collegati fra loro, quindi dialogano. Sotto i riflettori non c’è solo l’auto. Sono emersi con forza, spinti dalla pandemia, biciclette e monopattini che si sono portati dietro numerosi problemi di incidentalità se non sufficientemente disciplinati. Il trasporto pubblico resta la soluzione più ragionevole: i centri urbani in cui funziona offrono una qualità della vita notevolmente superiore, ma la sua riorganizzazione richiede tempi lunghi e, spesso, non è abbordabile economicamente. A sua volta, l’industria automotive ha anticipato la transizione: una scelta scontata, che però ora rischia di impattare con la crisi energetica. In questo quadro l’Italia non è messa molto bene. Epperò per vietare la vendita delle vetture termiche, il 2035 sembra essere una data solo simbolica, visto che probabilmente verrà posticipata. Dunque il punto è altro. È pur vero che i costruttori di veicoli hanno iniziato da tempo la catarsi ma, secondo i loro piani, fra cinque anni ci sarà ben poco di termico da acquistare. La demolizione delle vecchie fabbriche, infatti, è già iniziata per far posto alle gigafactory; l’accelerazione è bruciante anche perché le case automobilistiche sono convinte che le economie di scala porteranno all’anticipo dell’incrocio fra le curve dei costi del vecchio termico e quelle dell’elettrico. E tuttavia, di fronte a quanto sta accadendo sul fronte delle fonti energetiche, vien difficile credere che le scadenze non subiscano modifiche.

UN LUOGO DI CONTRADDIZIONI

Peraltro, sul punto l’Italia resta un luogo di contraddizioni. Basti dire che siamo il Paese con la più alta diffusione al mondo di autovetture per numero di abitanti. Precisamente 681 veicoli ogni mille persone con un valore molto più elevato rispetto agli altri principali mercati come la Germania (574), la Spagna (513), la Francia (482) e il Regno Unito (473). Come si vede, quantitativamente non ci batte nessuno. Ma il nostro parco circolante è anche uno dei più anziani e continuiamo a perdere occasioni per cercare di rinnovarlo, con notevoli problemi per l’inquinamento e la sicurezza. Anche il passaggio dalla mobilità termica a quella elettrica è, almeno per il momento, una grossa opportunità persa. Negli ultimi 2 mesi (luglio e agosto) la percentuale di vetture ricaricabili (quelle con la spina) è al 27% in Germania (con trend in crescita), al 20% in Francia, al 18% nel Regno Unito, all’8% in Spagna. L’Italia? Ultima, con il 7,5%. Questo non è un handicap futuro, ma attuale. Che dovrebbe velocemente essere superato. In caso contrario, ben vengano le forme di mobilità alternative che sono state celebrate nell’European Mobility Week.

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