Economia circolare, vicino a Piacenza il Museo del Letame: stoviglie e vasi dagli scarti organici

Mercoledì 16 Dicembre 2020 di Franca Giansoldati
Una sala del Museo del Letame a Gragnano Trebbiese

Nel cuore dell’economia circolare, dove tutto ha un perché, una origine e uno scopo, ha trovato spazio anche un museo (il primo del genere al mondo) dedicato allo scarto per eccellenza, il letame. Questo prodotto biologico non solo ha ispirato artisti ma è tornato ad essere immesso nel ciclo produttivo per assumere altre forme, dal fertilizzante fino a diventare materiale dal quale ricavarne stoviglie di design. Quando nel 2015 è stato inaugurato in molti hanno pensato si trattasse di una bizzarria, una provocazione, un po’ come fu per l’opera concettuale famosissima, firmata nel 1961 da Piero Manzoni, che raffigura una scatoletta alimentare tipo Simmenthal con su scritto “Merda d’Autore”, attualmente esposta nel museo del Novecento a Milano. Il Museo del Letame – Shit Museum – situato a Gragnano Trebbiense, un borgo al confine tra l’Emilia e la Lombardia, ha messo al centro della sua esposizione l’arte unita alla capacità di guardare al futuro del pianeta in una chiave legata all’economia sostenibile, dove il riciclo è inteso come piattaforma simbolica per ricostruire il rapporto tra l’uomo, l’economia e la terra. Chi ha avuto l’idea di una esposizione museale del genere, contenente decine di opere d’arte contemporanee di raro fascino, è un imprenditore visionario, Gianantonio Locatelli, il quale ha rielaborato il concetto del rifiuto – garbage – per approdare ad un elemento nobile, partendo da un approccio non consumistico delle cose e iniziando proprio dallo scarto biologico.

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ESPERIENZA

Tutto ha avuto inizio nella sua grande azienda agricola dove ogni giorno oltre 3 mila mucche producono centinaia di quintali di latte utilizzate nei caseifici del Grana Padano, con un ciclo produttivo che include anche gli scarti, in questo caso 1500 quintali di letame da convertire in energia attraverso dei macchinari contenuti in grandi cupole decorate dall’artista inglese David Tremlett. Il bio-metano prodotto oggi serve ad alimentare e fornire energia elettrica alle sette unità dell’azienda agricola e allo stesso impianto di riscaldamento del museo. The Shit Museum - per usare l’originario nome inglese - accompagna i visitatori in un percorso conoscitivo davvero geniale. Nelle stanze del castello medioevale, accanto alle opere d’arte, si ha la possibilità di apprendere in cosa consiste la trasformazione multiforme del letame, a riprova che in natura nulla si crea e nulla si distrugge. Concime per l’agricoltura, oggetti per l’edilizia, vasi da giardino, mattonelle di ceramica, stoviglie, brocche, piatti di fattura antica, oggetti di design che sono il risultato della lavorazione vetrificata del letame, a memoria di ciò che facevano i nostri antenati, nelle prime civiltà neolitiche. Un artista tedesco, Michael Badura ha concentrato in una opera esposta - intitolata Wasser ist nicht wasser (l’acqua non è acqua) - una riflessione sul concetto di purezza e di contaminazione su un bene primario come l’acqua. In una altra sala sono esposti coproliti, fossili di sterco di milioni di anni fa, fondamentali per gli studiosi per capire il nutrimento dei mammiferi preistorici. Un ex voto in terracotta di epoca etrusca che riproduce gli organi interni del corpo umano sottolinea gli intrecci tra la storia e l’arte, la chimica e la cultura. In pratica il Museo è il cerchio che si chiude determinando un tracciato armonico con la natura, raccontando al visitatore quanto lavoro ci sia ancora da fare per recuperare il rapporto nobile con la nostra Madre Terra. Persino il New York Times ha dedicato ampi spazi a questo museo celebrando l’idea della trasformazione e della metamorfosi come la strada per la salvezza del pianeta.

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Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre, 12:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA