Il tweet di un malato di Sla apre un universo: già il pensiero muove le macchine a distanza

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Raffaele d'Ettorre

Giorgio Metta è il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), realtà all’avanguardia nella ricerca applicata alla riabilitazione.

Un settore dove le scoperte si susseguono a ritmo forsennato, tanto che in Australia un malato di Sla ha da poco inviato il primo tweet “con il pensiero”, utilizzando un dispositivo impiantato nella corteccia motoria per comunicare con il web.

Metta, è l’inizio di una nuova era per le scienze riabilitative?

«Si aprono scenari interessanti, ed è anche un segnale chiaro su quale sia l’attuale direzione della ricerca. I casi dei pazienti “locked-in”, quelli cioè senza possibilità di comunicare, sono ovviamente i più drammatici dal punto di vista umano ma oggi esiste un vero e proprio universo di tecnologie che puntano al recupero dagli infortuni o dalle malattie neurodegenerative tramite l’uso delle interfacce neurali».

Anche l’IIT si sta muovendo in quella direzione?

«Assolutamente. Nel 2021 abbiamo lanciato la startup Corticale, che lavora proprio nel campo delle interfacce neurali. I loro microelettrodi – dei fili sottilissimi “appoggiati” al cervello che leggono l’attività neurale – sono in grado di amplificare i segnali direttamente a bordo, aumentandone notevolmente la qualità».

Usando questa tecnologia sarà possibile in futuro comunicare “telepaticamente” non solo con le macchine ma anche con gli esseri umani?

«Sembra fantascienza ma non lo è, tanto che abbiamo già un gruppo di ricerca a Ferrara che lavora sulla decodifica dei segnali del parlato, che è anch’esso un segnale motorio: per parlare muoviamo la lingua, le labbra, le corde vocali. E le macchine captano quello che stiamo cercando di dire in base agli impulsi motori trasmessi dal cervello. La decodifica in questo caso è estremamente complessa e si prospettano tempi di ricerca lunghi, ma teoricamente sarà possibile farlo».

Una possibilità che tuttavia solleva alcuni dubbi etici. Secondo lei è giusto che il governo intervenga per regolamentare questo settore?

«Sì, ma consultandosi prima con i tecnici. La bozza proposta dalla Commissione Europea è una delle più avanzate: hanno previsto una certificazione, il famoso marchio CE, per rilasciare sul mercato i sistemi basati su IA. Questo garantisce dei limiti alla loro applicazione».

Oltre alla riabilitazione, in che modo la ricerca in questo campo cambierà la nostra vita quotidiana?

«Pensiamo alla robotica, dove già oggi stanno aumentando le soluzioni in campo logistico e negli ospedali. Sono stati ideati dei robot per operare negli alberghi o per distribuire medicinali e cibo. La strada ormai è segnata e un giorno vedremo un cambio molto veloce dal contesto industriale a quello domestico. A dettare i tempi, come sempre, sarà il mercato».

In passato ha dichiarato che i robot sono nostri alleati sul lavoro perché svolgono i compiti più monotoni. Ma dotandoli di un sistema di IA avanzato non c’è il rischio si annoino anche loro?

«Fortunatamente no. Le macchine vanno bene per i compiti più ripetitivi, non tanto per il pensiero creativo. E l’intelligenza artificiale, nonostante il nome, è solo un codice che ripete esattamente quello che gli viene chiesto di fare. Studiando a fondo l’IA se ne comprendono subito i limiti, che poi sono gli stessi che abbiamo noi ricercatori nella comprensione del cervello umano e del significato di intelligenza».

A proposito di ricercatori, pochi tornano in Italia dopo essersene andati e pochissimi dall’estero scelgono il nostro Paese. Perché?

«È un problema strutturale del mondo della ricerca. Si può risolvere in due modi: investendo in laboratori e strumentazioni adeguate e offrendo un programma chiaro che garantisca ai ricercatori una posizione lavorativa stabile. Purtroppo in Italia spesso non ci sono infrastrutture di alta qualità e in molti casi l’eccellenza non viene premiata».

Crede che ci sia un problema di percezione circa il valore di queste ricerche?

«Prima del Covid sì, poi la scoperta di un vaccino in tempi brevissimi ha cambiato la percezione di pubblico e istituzioni. Lo dimostrano anche gli investimenti contenuti nel Pnrr per la ricerca».

Sono finanziamenti adeguati ai vostri obiettivi?

«Sì, ma c’è un problema che riguarda il lungo periodo. I progetti contenuti nel Pnrr sono tutti di 3-4 anni massimo, ma non sappiamo cosa succederà dopo. C’è il rischio di trovarsi a metà strada verso una scoperta importante senza avere più le risorse per andare avanti. I tempi della ricerca purtroppo sono un po’ più lunghi delle maggioranze governative».

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Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio, 20:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA