Ciro, il robot che prova empatia. Fabio De Felice, founder di Protom: «Nato con l'idea di aiutare mio padre»

Il creatore: «Ora interagisce con gli studenti, importante ausilio per gli autistici»

Ciro, il robot che prova empatia. Fabio De Felice, founder di Protom: «Nato con l'idea di aiutare mio padre»
di Giorgia Verna
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Mercoledì 22 Maggio 2024, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 23 Maggio, 07:34

Un piccolo robot dagli occhi verdi e con le zampe come un ragnetto si aggira sulla scrivania di Fabio De Felice.

Cammina rapido e quando lo vede… sorride, se così si può dire. Il professore gli parla, lo rimprovera se lo interrompe, lo solleva in aria se lo vuole sgridare e il robottino strilla, si lamenta. Sullo schermo del suo pc, sempre accesa, c’è la nuovissima versione di Chat PT 4.o a cui De Felice rivolge continue domande. Sembra la casa del futuro, ma del resto cosa aspettarsi di diverso da uno dei massimi esperti italiani di digitalizzazione delle imprese, founder di Protom, e dal creatore del social robot Classmate Robot. «Io lo chiamo Ciro».

Ciro? 
«Sì, ovviamente è un acronimo per Compain Intelligent Robot (Robot da compagnia intelligente). La cosa divertente è che tutto è nato da mio padre. Lui è anziano e mi chiamava in continuazione per chiedermi “Fabio ma l’ho presa la pillola?”. Ironicamente ho pensato: “Papà ti servirebbe proprio un robot che ti ricorda questo tipo di cose”. E così, quasi per gioco, ci siamo messi alla ricerca di un robot sociale. Abbiamo cercato in Cina, Francia, Germania, niente. Dopo sei mesi di scouting ci siamo detti: “Facciamolo noi”».

Così è nato il Robot di Protom, che non aiuta gli anziani a ricordarsi di prendere la pillola, giusto?
«No, magari in futuro elaboreremo un robot così, ma per ora abbiamo creato un vero compagno di classe. Ciro, o meglio, Classmate Robot, interagisce con gli studenti, li aiuta a fare lezione e abbiamo notato che riduce anche le barriere dei soggetti autistici che interagiscono molto più con la macchina che con i compagni. Anche se questo è un dato che vorremmo approfondire scientificamente».

Eppure proprio la scienza ha già dimostrato, in un report, che l’interazione col vostro robot porta a benefici e a un maggior coinvolgimento in classe. Cosa lo distingue dagli altri robot?
«Classmate robot è in grado di comunicare con gli esseri umani seguendo comportamenti sociali e regole.

Ha un sistema di AI generativa che permette di provare empatia e di riconoscere gli oggetti».

Come hanno reagito i giovani al robot?
«Con viva curiosità e questo ci ha reso felici. Abbiamo portato il robot nelle aule chiedendo ai ragazzi: “Voi cosa ci fareste?”. Oggi Classmate aiuta a fare i compiti o è lui stesso ad essere interrogato, non tanto i ragazzi. Il compito diventa: “Istruisci il tuo robot su Dante” e questo permette ai giovani di imparare a fare e a porsi le giuste domande. La scuola italiana tende a portare l’informazione dentro le menti. Noi vogliamo riprendere l’origine della parola educare: tirare fuori».

La scuola non è l’unico ambito in cui la robotica insieme all’intelligenza artificiale generativa può aiutare, giusto?
«Assolutamente no. Il limite è solo la fantasia. Sono stato in Cina di recente e la mia camera veniva pulita da un robot che aveva un braccio meccanico. Metteva letteralmente tutto in ordine. Il problema non sono le idee, quelle ne abbiamo tantissime, soprattutto noi italiani. Il problema è che non c’è indotto, non esistono filiere che forniscono gli elementi necessari a produrre questi robot. Marconi, un italiano, all’invenzione della radio fu preso per pazzo. Non c’era il mercato adatto. Oggi noi stampiamo Classmate Robot in 3D perché non abbiamo una filiera che ci aiuti a produrne in grande quantità. Inoltre, culturalmente siamo distanti dalla implementazione di questo concetto».

Perché? Paure alla Asimov?
«Sì, ma non c’è bisogno. Il nostro compito è quello di porre domande e quello della tecnologia è dare risposte. L’intelligenza artificiale è uno strumento per migliorarci la vita, non sostituirla. A tutti quelli che mi chiedono: “come devo fare per avvicinarmi all’intelligenza artificiale?”, rispondo “non devi fare molto, devi provarla”, alla napoletana “ce ‘a pazzià nu poco”».

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