Alex Bellini, la sfida dell'esploratore per l'ambiente: «Navigo fiumi di plastica per risvegliare le coscienze»

Mercoledì 15 Gennaio 2020 di Ilaria Del Prete
Alex Bellini (ph. Paul Wilkinson)

Il viaggio di una bottiglia di plastica attraverso i dieci fiumi più inquinati del mondo fino al raggiungimento della Great Pacific garbage patch, l’isola di spazzatura al centro dell’Oceano Pacifico. Si tratta dell’ultima sfida contro se stesso e la natura dell'esploratore Alex Bellini. L’intento è nobile, il mezzo per diffonderlo è social: oltre a un sito e un canale Youtube, una pagina Instagram costantemente aggiornata.

Come nasce il progetto?
«Dalla volontà di portare quante più persone possibile a compiere un viaggio di “dovere”. Per risvegliare lo spirito umano attorno a un argomento che dovrebbe trovare tutti responsabili. Serve un nuovo Illuminismo per superare la superstizione che la natura si autoregola. Se sul tema ambiente da un punto di vista ci sono angoscia e ansia (penso a Greta Thunberg), io voglio metterla su un lato più leggero e mostrare che una via d'uscita esiste. Siamo davanti a un bivio, possiamo continuare a seguire la traiettoria delle cose che abbiamo sempre fatto o notare quanto il mondo sta cambiando per mano delle nostre abitudini e darci da fare».

Instagram è il luogo giusto per farlo?
«Con gli strumenti che abbiamo a disposizione possiamo superare barriere culturali o linguistiche. Oggi, a differenza di soli pochi anni fa, c’è un maggior senso del dovere e si è più sintonizzati sul tema ambientale. Singolarmente possiamo apportare piccoli cambiamenti, ma dobbiamo trovare un modo per ottenerlo a livello istituzionale e internazionale».

Quali sono le maggiori fonti di inquinamento nei fiumi?
«Dei dieci fiumi in programma al momento ho navigato il Gange, in India, e il fiume delle Perle, in Cina. Per il Gange, all’inizio del percorso, le industrie (cadmio, piombo, metalli pesanti). Dalla metà in poi scarti urbani, come i sacchi dell’immondizia, o legati alla tradizione. I pellegrini in segno di ringraziamento al fiume regalano piccoli oggetti che oggi sono sempre più composti da materiale sintetico. Ma la plastica è la cosa meno schifosa che si può trovare. Il problema del fiume è che scorre: ciò che butti non lo vedi più, e smette di essere un tuo problema. In Cina, l’inquinamento del Fiume delle Perle è legato principalmente allo sviluppo economico e alla mancanza di empatia verso la natura. Ma mentre nelle città la situazione è molto sorvegliata, nelle aree rurali è abitudine gettare tutta la spazzatura in acqua. La Cina, però, si sta attivando molto per ripulire. Lungo il fiume sono stati nominati 200mila “guardiani”, ognuno responsabile della pulizia di un tratto del percorso».

Come ha affrontato la traversata?
«A bordo di zattere che costruisco con materiale rudimentale. In India è stata una solitaria di 40 giorni, in Cina in coppia con Folco Terzani. Ci abbiamo messo tre settimane, fermandoci per dormire e creare momenti di contatto con i locali».

Il ruolo dell’esploratore è cambiato?
«Oggi non esplora luoghi geografici mai visti prima, ma restituisce un’idea di mondo costantemente in cambiamento, soprattutto per mano dell’uomo».

Quali sono le difficoltà?
«Ci sono paure reali legate all’imprevedibilità dell’ambiente e paure irrazionali: non farcela, non essere all’altezza».

Mostrarle sui social fa parte di un disegno?
«Se sono emotivo, è più facile mostrarlo che nasconderlo. C’è molto bisogno di verità, di infondere coraggio. Secondo me lo si fa anche mostrandosi vulnerabile. Mostrare la propria ombra significa accettarla e mettere in condizione agli altri di fare lo stesso».

All’ambiente non basta un like. Cosa si può fare in concreto?
«Essere curiosi, informarsi facendo attenzione alle fonti. Le abitudini quotidiane sono i più grandi inquinatori. La plastica che inquina non è solo quelle che non vediamo, le microplastiche sono ovunque. Già saperlo può essere un inizio di presa di coscienza».

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Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio, 07:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA