Vespa: «Tutte queste polemiche solo perché l'intervista l'ho fatta io»

Un momento dell'incontro a Taranto
Un momento dell'incontro a Taranto
di Michele MONTEMURRO
4 Minuti di Lettura
Domenica 10 Aprile 2016, 07:21 - Ultimo aggiornamento: 12:31

TARANTO - «Se altri intervistano mafiosi non succede niente, se io intervisto il figlio di un mafioso accade il finimondo». Così Bruno Vespa ha commentato ieri mattina a Taranto, alla sua prima uscita pubblica dopo le polemiche, il caso assurto agli onori della cronaca per aver invitato a “Porta a Porta” Salvo Riina, figlio del boss di Corleone, in occasione dell’uscita del suo libro.

Il giornalista si è detto «sorpreso e addolorato» per tutto il «baccano» provocato dall’intervista rilasciata su Rai 1 dal figlio del “capo dei capi”, che ha scontato 8 anni di carcere per mafia, e ha svelato ai cronisti anche qualche retroscena relativo alle richieste, poi disattese, avanzate da Riina Jr: sapere prima le domande e, dopo averla registrata, rivedere l’intervista prima di mandarla in onda.

Vespa è giunto al Palazzo del Governo, con un gruppo di persone, guardia del corpo inclusa e, durante il convegno, ha polemizzato pure con due magistrati. «Tutti hanno intervistato tutti. Tutti i capi mafia - ha ribadito Vespa - sono stati intervistati. Biagi ha intervistato Luciano Liggio e Sindona. Joe Marrazzo ha intervistato Piromalli e Cutolo. Non hanno risparmiato nessuno. Vespa intervista il figlio di Riina, non il boss Riina, e succede tutto questo bordello».

«Veniva per la prima volta in televisione e ha detto: “Posso sentire quello che ho detto?”». È stata la richiesta che Riina jr avrebbe fatto al conduttore, secondo cui «non c’era possibilità di intervento, tanto è vero - racconta - che io e il mio capo autore ce ne siamo andati: non c’era nessuna possibilità di mediazione, ma non è stata mai in discussione». L’anchorman di Rai 1 ha riferito che Salvo Riina voleva sapere in anteprima le domande, ma non sarebbe stato assecondato.

«Si è seduto, ha chiesto che cosa gli chiedevo - ha aggiunto il giornalista - e io gli ho detto che non anticipiamo mai le domande, che parleremo del libro. Si è seduto, abbiamo parlato per 24 minuti, che sono andati in onda».
Vespa, criticato anche per il “giallo” della liberatoria firmata prima o dopo l’intervista, ha precisato che «quando si viene in studio tutti firmano la liberatoria prima, perché noi facciamo una diretta differita sostanzialmente. Nel caso di un’intervista registrata, io teoricamente potrei fare dei tagli. Quindi noi - ha detto Vespa - abbiamo fatto l’intervista, che è esattamente quella che è andata in onda». Il conduttore di “Porta a Porta” ha risposto anche a don Ciotti precisando che «Libera era stata invitata prima dell’intervista a Riina jr», ma che si è «rifiutata» di partecipare.

Il giornalista aquilano ieri ha partecipato al seminario “Parole Giuste”, fortemente voluto dal presidente della sottosezione dell’Anm di Taranto Martino Rosati. Lo scrittore Gianrico Carofiglio, che è intervenuto al convegno, ai cronisti ha criticato l’intervista del conduttore di “Porta a Porta” perché non avrebbe messo in difficoltà l’interlocutore con le sue domande.
Vespa poi ha polemizzato con Rosati, dopo aver detto (in due interventi) che sarebbe opportuno scrivere una sentenza sintetica di venti pagine anziché di mille per consentire all’imputato di leggere con chiarezza e senza farsi tradurre il testo dall’avvocato. Rosati ha replicato precisando che le sentenze si scrivono in nome del popolo italiano e non si può sintetizzare per i giornalisti.

L’altra polemica è nata quando il segretario generale uscente dell’Anm Maurizio Carbone ha fatto sapere che la modifica al codice etico dei magistrati è stata effettuata dopo la realizzazione del plastico della casa del delitto di Cogne a “Porta a Porta”, al fine di evitare la spettacolarizzazione dei processi e per vietare la partecipazione dei magistrati a trasmissioni televisive. Vespa ha sottolineato che prima di lui lo ha fatto Corrado Augias, «ma nessuno ha detto niente». Un clima che è diventato teso subito dopo il primo intervento del giornalista, che ha invitato i magistrati a spiegargli «con esattezza il concorso esterno in associazione mafiosa» e a non condannare le persone prima di una sentenza passata in giudicato. Secca la replica di Carbone, secondo cui a condannare anzitempo «non è la magistratura ma la stampa». Passaggio applaudito da metà della sala, composta da diversi avvocati e pochi magistrati. L’altra metà non ha applaudito: erano giornalisti che frequentavano il seminario per assolvere all’obbligo formativo.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA