«Usurai padroni della nostra vita»: scattano gli arresti

«Usurai padroni della nostra vita»: scattano gli arresti
Prestiti fatti «col cuore» e con tassi di interesse del 120 percento all'anno. Richieste continue di denaro, minacce di morte, tentativi di conciliazione per evitare le denunce. E poi ancora minacce e nuove richieste di denaro. È il quadro allarmante che emerge dall'ultima inchiesta antiusura condotta dai carabinieri della Compagni di Taranto e coordinata dal pubblico ministero Raffaele Graziano che ha portato in carcere quattro tarantini. Si tratta del 35enne Gianluca Solfrizzi, il 47enne Massimo Solfrizzi, la 49enne Lucia Pica Pellegrini e il 51enne Antonio Lampasso. Le accuse a vario titolo sono di usura aggravata e continuata ed estorsione aggravata. Le indagini, sono partite a settembre 2018 quando due imprenditori edili tarantini, esasperati dalle richieste di denaro, hanno trovato il coraggio di sporgere denuncia nei confronti dei loro aguzzini.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri guidati dal maggiore Gabriele Tadoldi e il tenente Adriano Croce, per oltre dieci anni hanno versato migliaia e migliaia di euro ai presunti usurai, ma solo come interessi maturati sulle somme ricevute. Debiti che insomma non si estinguevano mai: e per fronte alle richieste di denaro e alle spese per la sopravvivenza della famiglia e della loro attività lavorativa, i due imprenditori erano costretti a chiedere ulteriori prestiti ai loro carnefici finendo così in una spirale infinita.
I due, stando a quanto hanno raccontato ai carabinieri, dal 2008 fino a pochi mesi fa hanno chiesto e ottenuto soldi per un ammontare complessivo di circa 100mila euro: pagando le rate imposte dagli indagati ogni mese o addirittura ogni settimana hanno versato, solo a titolo di interessi, ben 140mila euro. E quando non riuscivano a pagare iniziavano le minacce: messaggi vocali su whatsapp oppure «ambasciate» che i parenti degli indagati presentavano ai parenti delle vittime.

Di fronte a tutto questo, i due imprenditori, hanno prima provato a scappare da Taranto, ma per paura di ritorsioni contro i familiari sono tornati e hanno dovuto accettare le condizioni imposte da Gianluca Solfrizzi. Una di queste era di assumere nella loro ditta due uomini di fiducia di Solfrizzi e poi quella di accollarsi i lavori di ristrutturazione dell'abitazione di Gianluca Solfrizzi e della moglie Lucia Pica Pellegrini.
«Alla fine dei lavori ha raccontato uno degli imprenditori ai carabinieri dato che praticamente avevamo lavorato quasi gratis, credevamo di aver saldato almeno una parte degli interessi» ma «siamo stati richiamati da Gianluca Solfrizzi a casa sua e ci ha imposto di pagare tutti gli interessi dovuti, che, come abbiamo detto, ammontavano a 4mila euro al mese più il capitale iniziale di 40mila euro». Ma i due non hanno quei soldi e così Solfrizzi offre un'altra strada: Solfrizzi suggerì di contattare il titolare di un bar di via le Magna Grecia per proporgli un preventivo per la ristrutturazione dei proprio locali: il lavoro che fruttò 50mila euro che secondo il racconto degli imprenditori è praticamente finito a Solfrizzi o alla moglie. In quel momento, nuovamente al verde, il ciclo di prestiti è ripartito fino a quando i due hanno deciso di rivolgersi allo Stato.

Nelle 21 pagine che compongono l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Benedetto Ruberto, emerge inoltre, anche un'intercettazione tra una delle sue vittime (V) e la madre (M) captata dopo la denuncia fatta dai due: uno spaccato che descrive in modo inequivocabile il quadro di ansia nel quale le vittime erano state costrette a vivere e il senso di libertà che ormai pervadeva la loro vita dopo la liberazione di un peso così grande: «V: Ma tu ci credi a una cosa? Io mi sto alzando la mattina con la voglia di lavorare M: mo io vi vedo proprio diversi, proprio non stavate vivendo più voi, non ci credete che questa storia è finita. V: ancora abbiamo cioè non abbaiamo adesso da fare pagamenti mi segui? Adesso abbiamo solamente problemi da risolvere sui cantieri che abbiamo M: che per loro ve ne siete andati sotto. () V: abbiamo preso proprio la nostra tranquillità, credimi, è la verità: il telefono non squilla più come prima! M: lo aveste fatto 10 anni fa, quando ve l'ho detto io V: eh lo so mamma».
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Venerdì 21 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 10:08