Tecnopolo di Taranto: pressing per un'accelerazione

Una veduta della città di Taranto
Una veduta della città di Taranto
di Domenico PALMIOTTI
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Sabato 29 Ottobre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 08:43

Lo sblocco del progetto? O le nomine negli organi di governance? O ancora il contenitore, il luogo fisico che deve ospitarlo? Da dove è opportuno cominciare? Sono i tre interrogativi che ruotano attorno al problema del Tecnopolo del Mediterraneo di Taranto che, pur istituito e provvisto di finanziamento con la legge di Bilancio del 2019 (9 milioni), ancora non compie un passo avanti per uscire dalla stasi nella quale si trova da tempo.

La Camera di commercio

«Il Tecnopolo del Mediterraneo, che stiamo spingendo col Governo perché s’insedi al più presto, sarà un test per la rigenerazione energetica ed ecologica che vogliamo portare anche nel nostro sistema di imprese», ha detto lunedì scorso il sindaco Rinaldo Melucci all’inaugurazione del Mudit, il Museo dei tarantini illustri. «Nei mesi scorsi - dichiara a Quotidiano Gianfranco Chiarelli, commissario della Camera di Commercio - ho proposto all’allora ministro Mara Carfagna, in sede di tavolo Cis, di utilizzare per il Tecnopolo un’ala della Camera di Commercio. Avremmo fatto una ristrutturazione della palazzina che è difronte alla sala Resta, ma non ho avuto alcuna risposta».

Sul valore e sulle potenzialità di un Tecnopolo a Taranto, la Camera di Commercio non ha dubbi. Gli impatti della sua azione, si osserva, si trasferirebbero su più fronti: crescita delle imprese e creazione di startup e spin off. Cioè, in quest’ultimo caso, quando una linea di produzione è usata per creare una nuova realtà indipendente. 

L'università e il Politecnico

«Il Tecnopolo si muove in un ambito un po’ diverso ma a Taranto non siamo all’anno zero - dice a Quotidiano Angelo Tursi, tarantino, professore di Scienze ambientali dell’Università di Bari -. Una struttura del genere, fortemente orientata all’ambiente e alla sostenibilità, l’abbiamo creata anni addietro ed è il Polo scientifico e tecnologico Magna Grecia. Ci candidammo ad un Pon nazionale e tra il 2009 e il 2010 ottenemmo un finanziamento di 9 milioni di euro tra l’Università di Bari e il Politecnico. Quest’ultimo assorbì circa 3 milioni. Il Polo si strutturò in una serie di laboratori che ubicammo nella sede dell’Università a Paolo VI e si caratterizzò per formazione, master e lavoro sull’ambiente. Mi ricordo che decidemmo di metterlo all’Università - rammenta Tursi - perché ci ponemmo il dubbio di cosa sarebbe poi stato delle attrezzature se il nostro progetto fosse fallito. Quindi convenimmo di portare il Polo all’Università perché qualora non avesse funzionato, l’Università avrebbe comunque avuto dei laboratori di cui servirsi». «Quando partimmo - dice Tursi - non c’era ancora la figura del commissario per le bonifiche, ma di lì a poco come Polo ci mettemmo a disposizione dell’allora commissario Vera Corbelli. Analisi e campionamenti li abbiamo fatti noi. Cominciavamo a lavorare al mattino e finivamo alle 22». «Ora - afferma Tursi - i laboratori sono ancora lì e si fanno attività diverse. Con i dottori di ricerca, per esempio, si lavora con l’azienda Progeva per recuperare il biodiesel dai rifiuti organici, le buste dei cassonetti per intenderci, usando anidride carbonica supercritica. Si lavora sui policlorobifenili ma anche sui delfini». 

Ora è vero che il Tecnopolo del Mediterraneo ha la mission dello sviluppo sostenibile, ma la sua declinazione è più ampia rispetto a Polo scientifico e tecnologico. Infatti nello statuto firmato dal presidente Sergio Mattarella si legge tra l’altro che il Tecnopolo “promuove la ricerca, lo sviluppo, la sperimentazione di soluzioni tecnologiche, processi e prodotti”.  E che mettendo insieme “competenze, conoscenze e progettualità provenienti da diverse istituzioni, da imprese e gruppi di ricerca operanti a livello nazionale ed internazionale”, nonché “sviluppando partenariati”, punta ad “aumentare la capacità di risposta ai problemi dello sviluppo sostenibile”.

Il Distretto regionale per l’ambiente 

L’esperienza del Polo scientifico e tecnologico può essere riversata nel Tecnopolo? Può costituire la spinta per far partire un progetto ad oggi in stand by?  «Purtroppo Taranto ha spesso il difetto di discutere di contenitori e di incarichi e poco o nulla di progetto e di come lo si realizza», osserva a Quotidiano Lorenzo Ferrara, presidente del Dipar, il Distretto regionale per l’ambiente che ha sede a Taranto e mette insieme 200 imprese, Università, principali associazioni datoriali, enti locali come Comune e Provincia. «Ho vissuto la gestazione del Polo scientifico e tecnologico - rammenta Ferrara -, c’era allora una rete di stakeholder territoriali, era un progetto di Area Vasta, ma mancava un soggetto che facesse da coordinamento tant’è che a tirare le fila fu poi l’Università. L’allora rettore Antonio Uricchio vide lungo su questa opportunità». «Mi ricordo - prosegue Ferrara - che siamo andati a vedere i Tecnopolo di Trieste e Venezia, strutture che funzionano e sono motori di sviluppo. Ecco, oggi si potrebbe partire dal progetto del Polo scientifico Magna Grecia e vedere come muoversi. Sulle bonifiche ambientali, per esempio, serve un cervello pensante locale e che il territorio alzi la voce. Mi auguro che Rinaldo Melucci nella doppia veste di sindaco e presidente della Provincia possa dare una spinta». «Un progetto come il Tecnopolo mi vede assolutamente d’accordo. Forse servirebbe convocare un tavolo di coordinamento per chiarire le singole posizioni e spingere l’iniziativa», dice a Quotidiano Lella Miccolis, imprenditrice di Progeva e a capo del comitato Piccola Industria. 

Il consigliere regionale


Mentre Massimiliano Stellato, consigliere regionale della Puglia, con una mozione appena depositata chiede che la Regione predisponga «ogni utile iniziativa affinchè il Consiglio dei ministri, per il tramite dei ministeri competenti, provveda con la massima celerità alla nomina degli organi direttivi della fondazione Tecnopolo del Mediterraneo». «Un’importante sede nazionale e internazionale per lo sviluppo della conoscenza, della ricerca e del progresso tecnico-scientifico nel campo dell’utilizzo delle energie rinnovabili e dell’economia circolare - afferma Stellato -. Ad oggi, purtroppo, l’istituto è rimasto sulla carta. Serve che il nuovo Governo riprenda subito il dossier. Taranto ha la possibilità di diventare riferimento europeo nel campo dell’innovazione tecnologica green e punto di sintesi tra la ricerca applicata e reali esigenze delle imprese».  

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