La minaccia di Mittal: un miliardo per dire addio alla fabbrica entro aprile

Domenica 8 Dicembre 2019 di Francesco CASULA
Il futuro dell'ex Ilva di Taranto è una partita a scacchi tra ArcelorMittal e Governo. L'ultima contromossa del colosso dell'acciaio, dopo la richiesta di 4.700 esuberi che ha fatto infuriare sindacati ed esecutivo, sembrerebbe però chiarire che la fabbrica di Taranto potrebbe avere presto un nuovo padrone. I vertici del gruppo avrebbero infatti consegnato al ministero dello Sviluppo Economico un documento con una proposta per lasciare definitivamente l'Ilva. ArcelorMittal avrebbe offerto circa 1 miliardo di euro per chiudere la partita. Per il Governo, però, ne servono quasi il doppio. Arcelor si sarebbe impegnata a riconsegnare entro aprile gli impianti all'Amministrazione straordinaria pagando 500 milioni come penale per riempire i magazzini dei materiali svuotati in questi mesi, 90 milioni di fideiussione depositati al momento della firma e la rinuncia a qualsiasi pretesa sui circa 400 milioni di investimenti ambientali già fatti. Ma il Governo chiede di aggiungere altri 350 milioni a copertura delle mancate manutenzioni e 500 milioni a titolo di penale per aver violato il contratto.

Mittal: «Incontro costruttivo, avanti con il confronto con il governo»
Ilva, ecco la bozza dell’accordo con ArcelorMittal: documento in 4 punti
Depositi vuoti e impianto “congelato”: ecco come è ridotta l'ex Ilva

Forse una nuova serie di mosse e contromosse per trovare un accordo. A Roma c'è chi sussurra che una somma compresa tra 1,3 e 1,5 miliardi potrebbe far quadrare i conti sciogliendo il contratto e chiudendo anche il procedimento civile aperto a Milano. Cambia quindi, il tavolo della trattativa: la negoziazione fallita su esuberi e investimenti ora rischia d'essere focalizzata esclusivamente sui risarcimenti per risolvere il contratto firmato a settembre 2018. Del resto dopo gli spiragli intravisti al termine dell'incontro a palazzo Chigi tra i Mittal ed il premier Giuseppe Conte, la situazione è nuovamente precipitata con la richiesta dell'ad Lucia Morselli di 4.700 esuberi entro il 2023, di cui 2.900 subito. A questi vanno aggiunti i 1.912 ancora in carico all'Ilva in amministrazione straordinaria per un totale di oltre 6.600 lavoratori.

Per martedì prossimo è già fissato lo sciopero per diretti e indotto (32 ore dalle 23 di lunedì): una protesta che confluirà nella manifestazione nazionale a Roma già indetta da Cgil, Cisl e Uil e che vede in partenza da Taranto 15 pullman. Il governo intanto prova a mettere a punto una sorta di controproposta per riaprire il confronto: a fronte di una tangibile riduzione degli esuberi, verrebbe reintrodotto lo scudo penale e lo Stato entrerebbe nella compagine societaria con Mittal, ma il supporto pubblico si concretizzerebbe anche secondo altre modalità (investimenti per i forni elettrici, cassa integrazione, incentivi all'uscita, iniezione di risorse per le bonifiche).
Una base d'accordo che ora rischia d'essere spazzata via del tutto. E allora cosa accadrebbe se davvero ArcelorMittal dovesse lasciare Taranto?

Il futuro dello stabilimento ionico potrebbe nuovamente nelle mani dello Stato attraverso una nuova società con soggetti pubblici come Invitalia, la controllata del Tesoro che gestisce i sussidi per le aree industriali, le grandi partecipate statali come Snam (per l'utilizzo dei forni a gas) e Fincantieri e il supporto di Cassa depositi e prestiti. L'ilva ri-nazionalizzata dovrebbe marciare con due forni elettrici e due altoforni: l'Afo4 e il gigantesco Afo5 che potrebbe essere rimesso in piedi in 12 mesi e 250 milioni di euro. Il processo di decarbonizzazione partirebbe attraverso l'utilizzo del preridotto, semiprodotto di ferro realizzato con il gas che ha un impatto ambientale sensibilmente più basso. Questi nuovi impianti consentirebbero di tornare a produrre circa 8 milioni di tonnellate annue di acciaio, ritenuta la soglia per tenere in vita Ilva evitando i licenziamenti.

Per quanto riguarda i tempi, per i nuovi forni elettrici servono circa 28 mesi mentre, come detto, per rifare l'Afo 5 occorre circa un anno di tempo. Ma in queste ore c'è attesa per il futuro di Afo2, l'impianto sul quale pende la richiesta di proroga presentata dai commissari per realizzare le ultime prescrizioni imposte dalla procura: nei giorni scorsi il custode Barbara Valenzano ha confermato che l'analisi del rischio è stata completata, ma andrebbe migliorata e soprattutto applicata alle pratiche operative. Domani il pm Antonella De Luca depositerà il suo parere e poi sarà giudice Francesco Maccagnano a decidere se concedere o meno la proroga di 9 mesi. A Milano, invece, la prossima udienza dinanzi al giudice civile è fissata per il 20 dicembre, ma anche quella sembra destinata a essere nuovamente rinviata: qualunque sia il tavolo, c'è sembra una trattativa da portare avanti. Almeno per ora. Ultimo aggiornamento: 13:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA