«Salviamo la pinna nobilis» Monitoraggio nei due mari

Mercoledì 19 Giugno 2019 di Francesca RANA
La ricerca lancia Sos Pinna in un incontro al Castello Aragonese. Lunedì, Istituto Talassografico, sede di Irsa, Istituto di ricerca ulle acque, ed Università di Teramo hanno invitato i subacquei ad aiutarli a salvare la pinna nobilis sopravvissuta nei fondali.
I volontari dovranno osservare, notare il mollusco alto fino ad un metro e 20, segnalare la posizione ad sos-pinna@irsa.cnr.it e verificare la sua condizione: buona, in posizione verticale, mantello presente, mollusco vivente, quando le valve si chiudono velocemente; malata, in posizione verticale, mantello presente, quando le valve si chiudono lentamente, nonostante ci sia il tessuto; morte, in posizione orizzontale o verticale con la conchiglia ricoperta di organismi.
La mortalità nel Mediterraneo è al 100% intorno ad Italia e Spagna. In Adriatico sopravvive meglio e si vorrebbe tentare di arrivare a comprenderne le ragioni, sostenere il genotipo reduce e sognare la ripopolazione, laddove anticamente era numerosa, garantiva biodiversità e consentiva la produzione in Magna Grecia di tessiture di bisso, la seta di mare. In Mar Grande e Mar Piccolo, dopo un monitoraggio a gennaio e luglio 2018 ed in primavera, va male: «In Mar Grande - racconta Fernando Rubino, responsabile di questa campagna - non abbiamo trovato nemmeno una pinna nobilis viva. La mortalità era totale. C'erano speranze intorno a Punta Penna ed a giugno 2019 la situazione era drammatica. Vogliamo mettere insieme rete di monitoraggio, ricercatori e citizen science. Ad ottobre, andremo ad un congresso in Portogallo. Ci saranno studi di Tunisia, Grecia ed altri paesi. Speriamo di metter su un gruppo e lavorare insieme in Europa o Mediterraneo. Ci sono organismi sopravvissuti? Con il contagocce. In Mar Piccolo, sono una decina, sembrano in buona salute, di grandi dimensioni. Sono riusciti a superare il fenomeno, non sappiano se in maniera permanente o no. Quando siamo tornati, abbiamo trovato esemplari vivi dove non li avevamo mai visti e successivamente due sono morti ed una quasi. Vi chiediamo di fare osservazioni lungo tutta la litoranea».
In studi recenti, hanno piazzato captatori, collettori di larve o piccole pinne in punti strategici di insediamento, simili a cordoni di plastica rigida: «In queste reti, possono crescere, essere avviate allo sviluppo in strutture apposite e controllate. Potremmo replicare l'attività in Adriatico e capire perché la zona è salva». Il responsabile di Irsa Cnr, Giovanni Fanelli, si augura di coinvolgere Marina Militare, Guardia Costiera e Guardia di Finanza o proporre un progetto alla Regione Puglia. La ricerca sarebbe in coordinamento con Ministero dell'Ambiente e forze armate e potrebbe innestarsi a studi più circoscritti in confini precisi di Arpa Puglia. Giorgio Tiscar, professore di Medicina Veterinaria, ha illustrato una patologia ancora troppo misteriosa, presumibilmente diffusa attraverso correnti, e non, sembrerebbe, dovuta a cambiamenti climatici, o insalubrità di acque salate o dolci sfociate nei mari. Un potenziale colpevole sarebbe il patogeno haplosporidium pinnae, protozoo, creatore di spore assassine, alieno nato altrove.
La sua strategia d'infezione non è stata indagata al 100% e potrebbe raggiungere lo scopo accoppiato mortalmente ad un micro organismo intermedio: «La sinergia tra patogeni ed ospiti tende all'equilibrio. Il patogeno non uccide il proprio ospite altrimenti non ha la capacità di moltiplicarsi. Quando arriva un patogeno nuovo, nella comunità ambientale mediterranea, l'equilibrio salta. I sopravvissuti saranno geneticamente disposti a resistere di più o convivere». Si punta a mappare zone indenni ed immuni o infette, stabilire l'infezione tipo, prevenire il contagio e tornare a coltivare in aree protette e sicure. © RIPRODUZIONE RISERVATA