Rifiuti in una cava di Mottola Il sindaco: «Noi parte civile»

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Martedì 18 Maggio 2021, 12:57 - Ultimo aggiornamento: 16:23

Nazareno DINOI
«Ho una cava che scendi giù, alzi il ribaltabile e uuuhhh la fine del mondo, un minuto e te ne vai ...un minuto ...la fine del mondo». Così i trafficanti di rifiuti del Tarantino convincevano i camionisti a fare i corrieri e scaricare veleni nei luoghi che venivano loro indicati. Per dissuadere i trasportatori da eventuali rischi, i mercanti di schifezze convincevano così i più dubbiosi: «sono fanghi bianchi, sono i meno pericolosi, più facili da trasportare... i più facili da gestire... meno rotture di coni di Arpa e tutto». E via ai contratti, rigorosamente sulla parola, con compensi che in base alla distanza e alla tipologia della «merce» andavano dai 200 ai 300 euro a viaggio. Con questo sistema l'organizzazione tarantina composta dai faccendieri Roberto Scarcia, 66 anni di Taranto, Luca Dicorrado di 32, Davide D'Andria di 40 anni e Francesco Sperti, 56 anni, tutti tarantini, finiti in carcere con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti sul territorio nazionale e riciclaggio, avrebbero gestito la filiera dei rifiuti pericolosi, dal trasporto allo smaltimento nelle cave o tombati oppure dati alle fiamme. In provincia di Taranto, una delle destinazioni individuate dai militari del nucleo provinciale della Guardia di Finanza al comando del tenente colonnello Antonio Marco Colucci, era una cava abbandonata nelle campagne di Mottola. Una contrada ricca di scavi non distante da una pista di go kart e da una chiesetta rupestre e casolari, posto ideale lontano dal centro abitato e dalle grosse arterie dove il transito sullo sterrato di qualche camion con il carico coperto da teli non dava troppo nell'occhio. È lì che gli investigatori delle fiamme gialle hanno preso con le mani nel sacco, documentandola con foto e video, un'operazione di scarico di materiale pericoloso interrotto poco prima che il cassone si ribaltasse per scaricare il suo contenuto nelle viscere della cava già ampiamente compromessa da precedenti sversamenti. Un'operazione riuscita grazie ad un lungo lavoro di pedinamenti e intercettazioni. Ultima, secondo la Procura distrettuale antimafia che ha coordinato l'inchiesta, di almeno altri 27 scarichi abusivi per un totale di 583 tonnellate di rifiuti di ogni categoria, dal materiale dell'edilizia, ai fanghi industriali e materiale ferroso. Ad indagine conclusa, le ferite restano sul terreno. E tocca agli enti pubblici provvedere a sanare. Se ne sta occupando il sindaco di Mottola, Giampiero Barulli che già dalle prime agenzie di stampa diffuse ieri, ha annunciato la costituzione di parte civile del suo comune in un eventuale processo che si aprirà a carico degli attuali indagati. Il primo cittadino ammette una certa impreparazione sul tema. «Non mi era mai capitato di affrontare una cosa simile, ci siamo occupati di inquinamento del suolo per lo sversamento di liquami del depuratore, ma nella mia sindacatura questa è la prima volta che ho a che fare con traffici di rifiuti sulla cui natura ora bisognerà indagare», aggiunge il sindaco che si appunta le cose da fare. «Credo che sarà premura dell'Arpa campionare i rifiuti abbandonati nella cava, altrimenti saremo noi a sollecitare un'indagine appropriata per capire la pericolosità del rifiuto e valutare l'urgenza di bonificare l'intera area». Non è da escludere che ci siano altri siti oggetto di sversamenti e smaltimenti illeciti da questa organizzazione o da altre. Le campagne di quel versante ionico sono ricche di cave dismesse dove si estraevano conci di tufo che spesso diventano ricettacolo di rifiuti oppure discariche autorizzate di inerti. Quella presa di mira dai presunti trafficanti era una di queste con regolare licenza che era stata ritirata qualche anno fa.

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