Dall'acciaio di Stato al Tar: per ex Ilva il futuro è ancora incerto

Lunedì 15 Febbraio 2021 di Alessio PIGNATELLI

Neanche il tempo di giurare e per il governo Draghi già si profila la prima grana. Il dossier più ingarbugliato degli ultimi anni si arricchisce infatti di un altro nodo: da sabato, sull'Ilva di Taranto, incombe una sentenza del Tar di Lecce che ha disposto lo spegnimento, entro 60 giorni, degli impianti più inquinanti dell'area a caldo. Certo, la trafila non è conclusa poiché è già stato annunciato il ricorso di ArcelorMittal al Consiglio di Stato ed è scontata una richiesta urgente di sospensiva del provvedimento. È però l'ennesima falla di una vertenza in cui lo Stato sembrava essere entrato prepotentemente a dicembre. Peccato però che l'accordo tra Invitalia - società del Mef - e Am Italia per una partnership pubblico-privata si sia cristallizzato a causa dei subbugli di Palazzo Chigi e manchi ancora la formalizzazione della nuova società.


«La presenza tra qualche settimana di Invitalia e quindi dello Stato nel capitale dell'azienda avrà a che fare con la volontà di prendersi cura di tutti gli stabilimenti». Quando Domenico Arcuri, ad Invitalia, pronunciava queste frasi - in occasione della commemorazione del 22 gennaio di Guido Rossa, operaio e sindacalista assassinato dalle BR nel 1979 - prefigurava un futuro roseo per la nuova Ilva. O, quantomeno, una svolta rassicurante che facesse seguito all'accordo definito a dicembre: l'ingresso di Invitalia nel capitale sociale aveva il compito di stabilizzare uno dei dossier più scottanti degli ultimi decenni. Solo che non è andata esattamente così. L'ultima crepa è arrivata proprio in concomitanza della sfilata dei nuovi ministri dell'esecutivo Draghi. Il Tar di Lecce ha confermato un'ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del 27 febbraio 2020 rigettando le impugnazioni di Ilva in amministrazione straordinaria (proprietà) e ArcelorMittal (gestore in fitto). A fronte degli eventi emissivi dal camino E-312 dell'agosto 2019 e del febbraio 2020, Melucci ordinò all'azienda di provvedere a individuare prima e rimuovere poi le criticità altrimenti sarebbe stata necessaria la chiusura di quegli impianti. Dopo un anno, tra ricorsi e carte bollate, per i giudici amministrativi «deve ritenersi pienamente sussistente la situazione di grave pericolo per la salute dei cittadini, connessa dal probabile rischio di ripetizione di fenomeni emissivi in qualche modo fuori controllo e sempre più frequenti, forse anche in ragione della vetustà degli impianti tecnologici di produzione». Uno dei passaggi più significativi di una sentenza che però non mette un punto definitivo alla questione per diversi motivi.


Non è assolutamente detto che tra due mesi l'area a caldo del siderurgico sarà spenta. Anzi. Innanzitutto, Am Italia ha già annunciato un ricorso al Consiglio di Stato. Presumibilmente, sarà richiesta una pronuncia urgente con richiesta di sospensiva. Il lasso temporale di 60 giorni consente alla multinazionale di prendere le contromisure: per avviare lo spegnimento di un altoforno, esempio di impianto più complesso dell'area a caldo, le stime aziendali in passato riferivano di circa 45 giorni. Secondo fonti sindacali, tecnicamente si potrebbe impiegare anche meno. Quindi il tempo per confezionare un contrattacco c'è anche se ovviamente fermare quegli impianti non è come abbassare un interruttore e l'organizzazione è molto complessa.


C'è poi un altro aspetto. Guardando al passato, la magistratura penale era già intervenuta sequestrando l'area a caldo senza facoltà d'uso. Basti pensare al sequestro del gip di Taranto, Patrizia Todisco, a luglio 2012: intervenne pesantemente la politica con dei decreti legge che stabilirono la rilevanza strategica degli impianti evitando il fermo. Tutto questo non significa che il premier Draghi, i ministri Giorgetti (Sviluppo economico), Cingolani (Ambiente con propulsione alla transizione ecologica) e Orlando (Lavoro) possano tergiversare. Anche perché il disegno di dicembre per il ritorno dell'acciaio di Stato è rimasto sulla carta. Ancora non è stato firmato il decreto per il versamento di 400 milioni di euro con cui Invitalia entra al 50% in Am Investco, società creata dal gruppo siderurgico per l'Italia. E non è stata formalizzata la nuova società pubblico-privata, non c'è il cda che prevede presidente di nomina statale e amministratore delegato ad appannaggio Mittal. I sindacati sono sul piede di guerra, hanno proclamato uno sciopero per il 24 febbraio perché la trattativa sul piano industriale è nelle sabbie mobili: manca la metà degli interlocutori, ossia i referenti di Invitalia. E quindi non c'è lo Stato. I sindacati si sono già appellati al nuovo presidente del Consiglio. Anche gli enti locali, dal presidente pugliese Michele Emiliano al sindaco Melucci, chiamano Roma. Insomma, quel dossier che ha fatto penare i diversi governi precedenti si confermerà una gatta da pelare anche per il governo neonato.

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