Ilva, un mese per le domande: ArcelorMittal in pole position

Il Governo chiama gli imprenditori ad una manifestazione d’interesse per l’Ilva e per le altre società del gruppo. Dal 10 gennaio al 10 febbraio il tempo per rispondere all’appello. In questa procedura, la seconda in due anni, si gioca il destino degli oltre undicimila lavoratori diretti dello stabilimento di Taranto. E il futuro di un’economia, quella di Taranto, la città divisa tra chi vuole la chiusura per fermare l’inquinamento e chi si aggrappa alla speranza di un risanamento.



Al centro c’è una fabbrica moribonda, l’amministrazione straordinaria non ha frenato l’emorragia dei conti. Emorragia che è impossibile da tamponare quando si produce così poco (il 2015 si è chiuso a meno di 5 milioni di tonnellate) mantenendo inalterati i numeri dell’occupazione (anche con l’aiuto degli ammortizzatori sociali) e per di più con la voce aggiuntiva di spese di ambientalizzazione da capogiro. La missione dei commissari era davvero impossibile. I nuovi ostacoli, su tutti lo stop dei giudici svizzeri al rientro di oltre un miliardo di euro sequestrato ai Riva, hanno chiarito al Governo che è tempo di cedere il passo ai privati. E di farlo rapidamente: perché i costi del rubinetto Ilva sempre aperto non sono più sostenibile soprattutto da quando a controllare le “bollette” si è affacciata l’Unione Europea.

Gli aiuti di Stato sono vietati e la procedura d’infrazione per l’Italia, secondo molti, è alle porte. Secondo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano il Governo potrebbe scivolare proprio sul caso siderurgico, se non riuscirà a vincere la guerra dell’Ilva. Ma per gli imprenditori la “chiamata” dell’Ilva potrebbe essere una “palla avvelenata”. Le vicende giudiziarie non ancora concluse potrebbero complicarsi con ulteriori ricorsi degli eredi della famiglia Riva, proprietari ante-commissariamento statale. L’amministrazione straordinaria ha avviato il processo con i vecchi creditori, la procedura fallimentare che si è aperta a Milano, ma non consegna ai nuovi imprenditori che dovrebbero comprare nè l’Ilva completamente risanata nè uno stabilimento più forte.

Quindi, in questo mese, potrebbero affacciarsi gruppi italiani e stranieri, insieme o singolarmente. Ma potrebbero anche affacciarsi imprenditori del settore interessati unicamente a società del gruppo, come Sanac o Ilvaform per fare solo degli esempi. Si parla di multinazionali del calibro dei coreani di Posco (quinto produttore mondiale), del gruppo Baosteel, o dei cinesi di Habei Steel, numeri 4 e 3 del pianeta. Ma di fatto, nella procedura aperta nel 2014 per Ilva, si fecero avanti soltanto gli indiani di Jindal e, in modo più concreto, ArcelorMittal. In cordata con gli italiani di Marcegaglia, Mittal è attualmente il primo produttore mondiale.

In questo caso non sarebbe la capacità economica della compagnia a lasciare dubbi quanto la possibilità che i big acquistino Ilva per le sue quote di mercato (il 5% circa nell’Unione Europea) e per le condizioni particolarmente favorevoli che, oggi più che nel 2014, si presentano allo sguardo dell’investitore. Nel bando stesso si chiede di “garantire la continuità produttiva dei complessi aziendali”, di “sviluppare la relativa produzione siderurgica in Italia” ma l’aspetto legato al personale appare più sfumato. Non si parla di mantenimento degli attuali lavoratori ma di “garanzia di adeguati livelli occupazionali”.

Chi parteciperà alla procedura potrà comunque conoscere con esattezza lo stato di salute del gruppo Ilva. Dopo le manifestazioni d’interesse infatti si passerà alla “due diligence” cioè all’esame di tutti i dati della società. Solo dopo ci saranno le offerte economiche, vincolanti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovedì 7 Gennaio 2016 - Ultimo aggiornamento: 10:42