Taranto in festa: ospiterà i Giochi

Taranto in festa: ospiterà i Giochi
Cambiare, adesso, si può. Qui a Patrasso, mentre il presidente del Comitato internazionale Amar Addadi si congratula con un sindaco Rinaldo Melucci sorridente come nel giorno della prima comunione, questa banalissima dichiarazione d'intenti per magia non suona più come uno slogan consunto o un modo per darsi un tono quando si è privi di argomenti. No, stavolta è vero: c'è un appuntamento già fissato con i Giochi (ufficialmente spostati dal 2025 al 2026), un futuro inesplorato, inedito, non solo sconosciuto come tutto ciò che non si è mai visto prima.
È un'altra storia che sta per cominciare, con una data certa, un progetto concreto, l'entusiasmo di chi è sempre stato spettatore dei successi altrui e si ritrova improvvisamente ad essere protagonista: ma tocca davvero a me? Uno status pressoché ignoto ai tarantini, per decenni - almeno gli ultimi sei - oggetto e destinazione di decisioni assunte altrove e quasi mai nei loro interessi. L'Italsider, poi Ilva, sì ma non solo; è proprio che la città si è via via adagiata su una forma di passività ormai quasi non più percepita come tale, una specie di condizione esistenziale, tramandata di generazione in generazione, tradotta anche in un neologismo dialettale, il tarantinissimo cemmenefuttismo.
La Taranto che invece prima pensa, poi progetta e infine tocca un traguardo di questa portata è una città che ha a cuore se stessa, rinnega la propria declinazione peggiore e si predispone a valorizzare le vocazioni migliori di cui dispone, le risorse culturali, storiche, naturali. È una Taranto che non ha più paura di accettare una sfida, per quanto impegnativa come l'organizzazione di una manifestazione sportiva internazionale, una mini olimpiade del Mediterraneo con 26 nazioni partecipanti, 33 diverse discipline, quattromila ospiti circa, gli occhi del mondo puntati addosso, indagatori, severi, curiosi. Vediamo se è vero - si chiederanno - se lì non c'è solo l'inquinamento, e se c'è altro, di bello, di valido, di interessante da scoprire.
Già solo essersi posti in questa condizione rappresenta una svolta straordinaria e dovrebbe essere facile a chiunque prenderne atto, senza invidie, senza gelosie. Anche perché qui, nella città bagnata dallo stesso mare di Taranto, non ha alcun senso parlare di fazioni, di chi sta con Melucci ed Emiliano e chi sta contro, perché risultati come questo valgono per tutti e non arrivano contro qualcuno. Né importa quale sia l'origine del riavvicinamento tra i due, se interessi politici, riscoperte affinità umane, calcoli preelettorali, un colpo di sole. Chi se ne frega: quale che sia l'origine di questo embrassons nous, qui conta solo aver raggiunto - coinvolgendo il Governo e il Coni - lo scopo collettivo di cui con un po' di intelligenza possono beneficiare tutti, i pro e i contro, i rossi e i gialli, i bianchi e i neri. E Lecce, e Brindisi, e Bari, tutte in qualche misura toccate dalla competizione.
È in occasioni come questa che diventa facile elevarsi a considerare fuori luogo i piccoli dispettucci quotidiani, le meschinità, i pettegolezzi, per far prevalere una visione d'insieme che privilegi la prospettiva alta di una città che può concretamente svoltare, dopo gli errori, le omissioni, i ritardi, le assenze. È ora di mettersi tutto alle spalle, sapendo di aver fallito - come dice il sindaco nel suo discorso in inglese riferendosi al passato di Taranto - ma volendo a tutti i costi rialzarsi. Per farlo adesso ci sono sette anni di tempo, da qui al giugno 2026 quando i Giochi inizieranno: forse ci sarà un altro sindaco, un altro presidente della Regione, ma ci saranno sempre i tarantini con la loro necessità di vivere meglio, potendo magari beneficiare di infrastrutture e servizi adeguati, impianti sportivi nei quali ogni talento possa trovare quel terreno fertile finora spesso cercato altrove. E un habitat ambientale e sociale che si spera nettamente diversi rispetto ad oggi.
Sette anni per costruire e ricostruire, non solo i palazzetti ma anche l'animo, il morale, l'orgoglio di Taranto, destinata in ogni caso a far parlare di sé per altro rispetto ai soliti problemi. Sette anni possono bastare per gli architetti e i muratori ma non è detto che bastino per il resto, anche se il percorso in realtà è già cominciato da tempo. A fatica, ma è almeno dal 2012 - l'anno del primo sequestro all'Ilva dei Riva - che si prefigura, si sogna, si anela un futuro diverso rispetto al presente e soprattutto al passato segnati dai drammi vissuti sulla pelle di una comunità chiusa in un vicolo cieco.
Qui a Patrasso si è accesa una luce che illumina un nuovo percorso; nessuno può permettersi il lusso di sbagliare strada perché un'opportunità come questa - per i tarantini di oggi ma soprattutto per quelli di domani - potrebbe non capitare più.
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Domenica 25 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:03