Ex Ilva, tutto congelato dal coronavirus: dalla cassa integrazione all'ordinanza del sindaco sulle emissioni

Mercoledì 11 Marzo 2020 di Alessio PIGNATELLI
In un contesto così delicato, parlare di numeri sulla Cigo sarebbe stato impensabile. È stato questo il messaggio univoco dei rappresentanti sindacali al management di ArcelorMittal: la riunione per ottemperare ai tempi tecnici previsti dalla normativa e discutere sui numeri del nuovo ciclo di cassa integrazione ha lasciato spazio ai temi della sicurezza e della prevenzione strettamente legati all’emergenza coronavirus.

Come immaginabile, in questo momento i sindacati ritengono superfluo qualsiasi altro ragionamento che non affronti di petto l’epidemia e le direttive imposte dall’ultimo Dpcm che omogeneizza su tutta Italia misure molto stringenti. Cosicché, nel vertice di ieri non si è proprio affrontato il tema della proroga della cassa integrazione ordinaria chiesta da ArcelorMittal per altre 13 settimane per 1.273 addetti su 8.237 totali dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Le organizzazioni sindacali hanno preteso che prima di ogni ragionamento sull’ammortizzatore sociale - l’azienda vuole prorogare la cassa perché la crisi del mercato siderurgico, con calo della domanda, non è terminata - si affronti prioritariamente il problema coronavirus e i suoi possibili impatti mettendo in sicurezza sia i lavoratori, sia i luoghi da loro frequentati. Ricordiamo che la cassa integrazione ordinaria è in corso da luglio: la procedura era stata avviata dal 2 luglio 2019 senza accordo sindacale per un numero massimo di 1.395 dipendenti con scadenza fissata al 28 settembre 2019, poi la prima proroga fino al 28 dicembre con un accordo sindacale che ha ridotto i numeri a 1.273 lavoratori e, infine, una seconda estensione con scadenza al 28 marzo 2020.

ArcelorMittal, con un documento a firma del capo del personale Arturo Ferrucci e del responsabile delle relazioni industriali Cosimo Liurgo consegnato ai sindacati, ha comunicato la decisione di chiedere per la terza volta la Cigo: decisione “scaturita dal permanere delle medesime criticità di mercato e dall’insufficienza della domanda di acciaio a livello europeo e globale che hanno condotto alla richiesta di intervento dell’ammortizzatore sociale”. Il numero medio di sospensioni in Cigo effettivamente poste in essere nel periodo tra l’inizio del periodo di sospensione e il 16 febbraio 2020 è stato di 855 unità, con punta massima di 1.183.

Sugli altri fronti, al momento non si registrano novità sulle contromosse di ArcelorMittal e Ilva in As dopo l’ordinanza sindacale numero 15 del 27 febbraio contingibile e urgente che obbliga a una serie di prescrizioni per l’eliminazione del rischio e di elementi di criticità le due società “ciascuna per quanto di competenza e di responsabilità”. I commissari straordinari di Ilva in As avevano subito espresso contrarietà con una nota ufficiale in cui si aggiungeva che si sarebbero riservati quindi di “impugnare l’ordinanza dinanzi alle autorità competenti”.

Nei confronti del provvedimento è ammesso ricorso al Capo dello Stato e al Tar di Puglia rispettivamente nel termine di 120 giorni o 60 giorni dalla notifica dell’atto. C’è ancora tempo ed è altamente probabile che anche ArcelorMittal si muova sulla stessa strada di impugnare l’ordinanza che prevede, altrimenti, tempi molto contingentati: il primo cittadino ha ordinato quale autorità sanitaria di “individuare gli impianti interessati dai fenomeni emissivi eliminando gli eventuali elementi di criticità e le relative anomalie entro 30 giorni”. Qualora “siano state individuate le sezioni di impianto oggetto di anomalie e non siano state risolte le criticità riscontrate”, ordina “di avviare e portare a completamento le procedure di sospensione/fermata delle attività” entro 60 giorni. E, nel caso non dovessero essere risolte le criticità, l’ordine è di fermare gli impianti più inquinanti dell’area a caldo. © RIPRODUZIONE RISERVATA