Governo-Mittal, prove di intesa. Nuova assemblea il 6

Governo-Mittal, prove di intesa. Nuova assemblea il 6
di Domenico PALMIOTTI
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Sabato 3 Dicembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 06:41

L’assemblea dei soci di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, ieri c’è stata ed ha registrato un aggiornamento di quattro giorni. Il nuovo round è ora il 6 dicembre. Le posizioni del partner privato Mittal (maggioranza) e di quello pubblico Invitalia (minoranza) non sono vicine. La partita è complessa.

Il punto

Come più volte emerso in questi giorni, il Governo vuole usare il miliardo del dl Aiuti Bis per riequilibrare la governance della società (“Lo Stato non c’è” ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso) mentre il privato Mittal batte cassa. Chiede infatti risorse a sostegno di una liquidità ormai a zero e rivendica il rispetto di impegni, ovvero sostegni finanziari, che lo Stato, a dire del privato, non avrebbe rispettato. Ma pur tra posizioni diverse, qualcosa sembra muoversi e l’assemblea di ieri (su cui è calata una cortina di silenzio, nemmeno l’orario della convocazione è stato pubblicizzato) lo avrebbe rivelato. Dal Governo, infatti, inizia a filtrare un po' di ottimismo. Sarebbero emersi elementi ritenuti interessanti per arrivare evidentemente ad un possibile accordo. Elementi che però richiedono ulteriori approfondimenti. Questo avrebbe reso necessario l’aggiornamento dell’assemblea al 6 dicembre. Ci vuole quindi un ulteriore margine di tempo per lavorare e mediare. 

“Gli azionisti sono in contatto tra loro” ha detto il presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, in vista dell’assemblea di ieri. E il ministro Urso, pur considerando che l’azienda ha lasciato cadere il suo invito a revocare la sospensione degli ordini all’indotto e non si è presentata al vertice del 17 novembre al ministero, dove invece c’erano Invitalia, sindacati, Confindustria e Regioni sedi degli stabilimenti, ha dichiarato che “abbiamo continuato l'interlocuzione con l’azienda perchè siamo persone responsabili. Quel miliardo vogliamo che sia condizionato alla governance”. A meno di soluzioni diverse, la strada maestra per un diverso assetto della governance passa portando lo Stato in maggioranza (60 per cento) col miliardo di euro di Aiuti Bis. Che è poi quello che chiede larga parte del sindacato. E con esso le istituzioni locali e regionali e il mondo delle imprese. Federacciai, la federazione di settore di Confindustria, non è contraria all’intervento pubblico nell’ex Ilva. Il presidente Antonio Gozzi lo ha detto e ribadito. “Credo che nel momento in cui lo Stato metterà i soldi che servono per non far fallire Acciaierie d'Italia di fatto prenderà il controllo” ha affermato Gozzi. Ma gli acciaieri italiani sono anche disposti a ragionare con lo Stato su come rimettere in sesto il gruppo una volta che lo Stato stesso sarà intervenuto. Più difficile, invece, che l’azienda sia totalmente nazionalizzata e Mittal messo alla porta dopo tre anni di gestione come pure è stato chiesto. Più difficile perchè rischia di aprirsi un contenzioso infinito. E a Mittal la battaglia legale non spaventa certo. Lo si è visto, peraltro, quando a metà novembre del 2019 voleva rescindere il contratto di fitto (allora c’era solo ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia doveva ancora nascere) perchè il Parlamento su spinta del M5S, era in carica il Governo Conte I, aveva soppresso lo scudo penale introdotto in precedenza. Furono necessari mesi di trattativa, condotta da Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, per far recedere Mittal dalla rescissione dopo che aveva presentato l’atto al Tribunale di Milano. E infatti la tregua fu raggiunta solo ai primi di marzo 2020.

Sulla nazionalizzazione il Governo si è sinora mostrato cauto, prova ne è che Urso ha sempre parlato di governance da riequilibrare. E un’ulteriore manifestazione di cautela è data dal fatto che l’altra sera è balenata la possibilità che l’esecutivo introducesse nel decreto Lukoil anche una norma per l’ex Ilva, vincolando il miliardo di Aiuti Bis all’aumento di capitale e quindi dando un indirizzo chiaro a Invitalia, ma poi, alla fine, non se ne è più fatto nulla e il dl approvato è rimasto circoscritto alla raffineria siciliana facendola entrare nell’amministrazione fiduciaria. Nel frattempo, resta critica la situazione dell’indotto a Taranto dopo la sospensione degli ordini decisa dall’ex Ilva tra l’11 e il 12 novembre scorsi. Durata della sospensione sino a metà gennaio 2023. Fonti Uilm dicono che “ogni giorno si stanno trattando pratiche di cassa integrazione ordinaria a valle delle richieste delle imprese. Per lunedi e martedì prossimi, ne abbiamo già altre 3 in calendario. E tutte le richieste che stiamo trattando sono relative a numeri importanti, 40-60 persone per azienda. La cassa è chiesta per tutti, poi magari i sospesi effettivi sono la metà perchè quelle imprese hanno altri lavori da altre parti”. Le fonti sindacali aggiungono infine che “quello che più si teme adesso sono gli stipendi di novembre che andranno in pagamento nei prossimi giorni. Già molte aziende hanno erogato acconti per le retribuzioni di ottobre in pagamento il mese scorso. Con le tredicesime da pagare, il lavoro fermo e l’ex Ilva che non salda i crediti rilevanti dell’indotto, la situazione tende a divenire più difficile”.

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