Arcelor Mittal, inchiesta anche a Taranto: «Danno al Paese»

Domenica 17 Novembre 2019 di Mario DILIBERTO
Materie prime ridotte all’osso dopo acquisti a prezzi elevati. E prodotti finiti venduti a prezzi stracciati. Ma anche scelte gestionali che potrebbero avere come capolinea il danneggiamento degli impianti dell’ex Ilva, con conseguente danno per l’economia nazionale. Viaggia su ipotesi a dir poco pesanti l’esposto depositato dai commissari straordinari Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo che ha innescato l’inchiesta della procura di Taranto. Diciotto pagine, corredate da robusti allegati, con al centro «fatti e comportamenti inerenti al rapporto contrattuale con ArcelorMittal, lesivi dell’economia nazionale», come recita la stringata nota diffusa ieri dall’amministrazione straordinaria.

Una bomba piazzata a chiusura di una delle settimane più burrascose del lungo calvario giudiziario in cui il polo siderurgico si muove, con immensa fatica, da sette anni. Quell’esposto non è rimasto lettera morta nelle mani del procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo e dell’aggiunto Maurizio Carbone. I vertici della procura hanno immediatamente aperto un fascicolo di inchiesta, a modello 44, ipotizzando il reato previsto dall’articolo 499 del codice penale, che punisce, con la reclusione da tre a dodici anni, «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale» e quindi all’economia del nostro Paese, «o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo».

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Contestazione che sembra calzare a pennello nel caso della “strategica” fabbrica tarantina. E che al momento è contro ignoti, con la possibilità di essere ampliata. Includendo anche fattispecie di natura ambientale connesse alle potenziali emissioni inquinanti in caso di spegnimento dello stabilimento. I magistrati avrebbero già calendarizzato interrogatori e, probabilmente, un sopralluogo. Come quello che venerdì i commissari hanno tentato in fabbrica, trovando la strada sbarrata. Ipotesi non contemplata, ovviamente, se alla porta si presentassero i magistrati. Così proprio quella procura per anni additata come nemica del colosso siderurgico, nel complesso scacchiere dell’affaire Ilva sembra trasformarsi in “alleata”, con il compito di illuminare, e eventualmente colpire, il presunto processo di svuotamento dello stabilimento.

Una procedura che, stando alle indiscrezioni, secondo i commissari straordinari, si sarebbe consumata almeno attraverso due direttrici: il progressivo spegnimento degli impianti e la gestione delle materie prime e dei prodotti finiti. In un quadro in cui si registrerebbe un saldo negativo di 500 milioni di euro. Ora sulla gestione delle scorte e dei prodotti finiti, l’amministrazione straordinaria vuole che sia fatta chiarezza. Inquadrando anche i rapporti tra Taranto ed altre realtà dell’impero del grande produttore di acciaio. Interrogativi che assumono rilevanza, eventualmente anche penale, alla luce dell’annunciato disimpegno di ArcelorMittal. Scelta che impone una lettura attenta di quanto avvenuto nell’ultimo anno all’ombra delle ciminiere. E che, a parere dei commissari integrerebbe una violazione del contratto da parte della multinazionale. Ovvero quello di preservare gli impianti e, nel caso, restituirli nelle condizioni in cui sono stati presi in gestione. In caso contrario, chiunque subentrasse, compreso lo Stato, dovrebbe ripartire con un gap economico elevatissimo.

Per non parlare della cancellazione di tutti gli sforzi messi in campo dal 2012 ad oggi per mantenere in piedi un gigante sempre più dai piedi di argilla. Con la concreta conseguenza di estromettere dal mercato dell’acciaio la fabbrica e quindi il Paese. Uno scenario, ancorché disegnato su ipotesi, sul quale si muove anche la procura di Milano. Domani l’aggiunto milanese Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici si incontreranno per mettere a punto la loro costituzione nella causa civile con cui ArcelorMittal chiede di recedere dal contratto di affitto dell’ex stabilimento e i commissari, con il loro ricorso cautelare, di bloccare l’azione per preservare l’azienda.

I magistrati lavorano all’atto con cui, è un caso raro, «ravvisando un preminente interesse pubblico relativo alla difesa dei livelli occupazionali, alle necessità economico-produttive del Paese, agli obblighi del processo di risanamento ambientale» eserciteranno il «diritto-dovere di intervento» a sostegno dell’ex Ilva. Proprio il ricorso con cui si chiede di adottare in tempi brevi provvedimenti in grado di preservare la continuità della produttività, quanto meno per tutta la durata del processo civile, da quanto si è saputo, sotto alcuni aspetti, indica una serie di elementi significativi su cui indagare. Per appurare se sia in corso o meno un «depauperamento» del ramo d’azienda che si vuole lasciare. © RIPRODUZIONE RISERVATA