Ex Ilva, niente sconti a Mittal: trattativa per il nuovo contratto

Ex Ilva, niente sconti a Mittal: trattativa per il nuovo contratto
di Domenico PALMIOTTI
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Martedì 17 Maggio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 18 Maggio, 07:34

Incontro interlocutorio quello che ieri hanno avuto ArcelorMittal, Invitalia e Ilva in amministrazione straordinaria per discutere del nuovo contratto e del futuro di Acciaierie d’Italia, la società tra privato e pubblico gestore dall’anno scorso del siderurgico di Taranto.

​Ex Ilva, la Procura dice no al dissequestro degli impianti

La trattativa

Le parti, stando a quanto si apprende, sono sostanzialmente rimaste sulle proprie posizioni e non c’è stato nessun avvicinamento di fatto. Mittal, che è la componente privata della società, insiste nel chiedere un taglio sia del prezzo di acquisto dei rami di azienda di Ilva dall’amministrazione straordinaria (200 milioni su 1,8 miliardi), sia del canone di fitto (un altro 25 per cento in meno dopo aver già avuto una riduzione del 50 per cento a marzo 2020 con differimento del saldo al momento dell’acquisto). Ma se Mittal tiene il punto, anche Ilva in amministrazione straordinaria - la proprietà pubblica degli impianti - difende la sua posizione. Finito l’incontro con le parti coinvolte nel negoziato, sono rimasti al lavoro gli avvocati per concordare una nuova data di riunione e provare a smussare gli aspetti più controversi. La trattativa resta complicata e come ha detto giorni fa il ministro Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico) se tutti sono legittimati a chiedere, è poi il negoziato che deve trovare un punto di sintesi e di mediazione tra posizioni diverse. Questo, però, non si vede ancora per l’ex Ilva. Eppure il tempo stringe. Entro fine mese le parti dovrebbero mettere nero su bianco e decidere il percorso futuro. Appare chiaro, tuttavia, che si va ad uno slittamento di almeno un anno di quello che si sarebbe dovuto compiere entro questo mese, e cioè passaggio dello Stato, con Invitalia, al 60 per cento del capitale di Acciaierie d’Italia, col versamento di altri 680 milioni dopo averne già versati 400 ad aprile 2021, e acquisto dei rami di azienda Ilva dall’amministrazione straordinaria.

Il no della Procura al dissequestro degli impianti, parere che la Corte d’Assise dovrà prossimamente confermare o ribaltare, ha per ora fatto venire meno una delle condizioni base del riassetto societario: il dissequestro.

Non essendoci al momento e non essendo nemmeno possibile ottenerlo entro fine mese - anche perché sembra molto improbabile che la Corte d’Assise, che un anno fa ha disposto con sentenza la confisca degli impianti, non tenga conto del diniego della Procura -, tutto deve inevitabilmente slittare. Che non ci sarebbe stato dissequestro, le parti lo avevano previsto, altrimenti non avrebbero cominciato a negoziare già dalle scorse settimane il nuovo contratto di Acciaierie d’Italia con l’obiettivo di allungarne i tempi di messa a regime.

Il riassetto societario che slitta è ovviamente una complicazione in più sul percorso già accidentato dell’ex Ilva. Dopo l’avvio della cassa integrazione straordinaria a fine marzo scorso, e per un anno, per 3mila addetti nel gruppo come numero massimo, e dopo il mancato accordo al ministero del Lavoro, restano nel limbo sia il futuro della società, che il suo nuovo piano industriale. Tempi, risorse, progetti e investimenti, sono ancora tutti aspetti da approfondire e chiarire. Questo anche se Acciaierie d’Italia ha confermato per il 2022 di voler produrre 5,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 40 per cento in più rispetto al 2021. Una settimana fa i vertici nazionali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm si sono rivolti al premier Mario Draghi e ai ministri chiedendo un confronto perché, a loro avviso, la questione Ilva è sparita dall’agenda di Governo. Ma la richiesta sindacale non ha ancora ricevuto risposta. 

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