ArcelorMittal: «Sentenza Tar, rischio crollo forni e pericolo sicurezza». In campo Confindustria, Federacciai e sindacati: «In bilico 20mila posti»

Lunedì 15 Febbraio 2021

La fermata forzata degli impianti, stabilita dal Tar di Lecce «senza la disponibilità di una stazione di miscelazione azoto e metano, non permetterebbe la tenuta in riscaldo dei forni e ne conseguirebbe il loro crollo e quindi la distruzione dell'asset aziendale di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria». Lo apprende l'Ansa da fonti legali vicine al dossier ArcelorMittal, che evidenziano «rischi per la sicurezza» e il fatto che ci sarebbe un «totale blocco della produzione dello Stabilimento, qualificato di 'interesse strategico , l'unico sul territorio nazionale a 'ciclo integratò per la produzione di acciaio».

La sentenza del Tar di Lecce stabilisce che ArcelorMittal Italia debba procedere allo spegnimento degli impianti dell'area a caldo entro 60 giorni e respinge il ricorso di ArcelorMittal Italia e da Ilva in A.S., contro l'ordinanza del sindaco di Taranto del 27 febbraio del 2020. Il provvedimento del sindaco riguardava il «rischio sanitario derivante dalla produzione dello stabilimento» ed «emissioni in atmosfera dovute ad anomalie impiantistiche» sulla legata da una parte ad eventi di agosto 2019 del «camino E312» e, dall'altra, su generici eventi «odorigeni avvertiti nella città di Taranto tra il 23 e il 24 febbraio 2020». In seguito a sopralluoghi, ispezioni e relazioni, depositate al Tar di Lecce, non solo AMI, ma neanche il ministero dell'Ambiente ed Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l'ente deputato alla verifica del rispetto delle prescrizioni Aia, hanno individuato una correlazione tra questi eventi e il ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico. Infatti, spiegano le fonti legali dell'azienda, «non è stato possibile individuare, come invece chiedeva l'ordinanza sindacale» sezioni di impianto interessate alle criticità emissive «né le eventuali misure necessarie a risolvere tali pretese criticità». Quindi, evidenziano le stesse fonti legali, «senza alcun supporto tecnico da parte di Ispra e del Mattm, la sentenza del Tar Lecce richiede di avviare le procedure di fermata dello Stabilimento, con irrimediabile danneggiamento degli impianti nonché rischi per la sicurezza». La fermata dell'area a caldo comporterebbe in ogni caso «un totale blocco della produzione dello stabilimento, qualificato di 'interesse strategico nazionale' e la cui produzione, a norma di legge, è invece assolutamente necessario mantenere e salvaguardare, trattandosi peraltro dell'unico impianto sul territorio nazionale a 'ciclo integrato' per la produzione di acciaio».

LE PREOCCUPAZIONI PER L'OCCUPAZIONE
Confindustria chiede di «evitare lo spegnimento del ciclo integrale a caldo dell'ex Ilva. Interrompere la produzione e la fornitura dell'acciaio prodotto a Taranto mette in seria difficoltà le intere filiere della manifattura italiana che ne hanno necessità». Inoltre, prosegue la confederazione, si avrebbe «un sicuro e rilevante aggravio della bilancia commerciale nazionale, poiché occorrerebbe importare l'acciaio dall'estero». Ed ancora: «La chiusura nell'immediato vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti per limitare il numero di esuberi, mettendo a serio rischio migliaia di lavoratori e famiglie» e sarebbe anche «vanificato in maniera traumatica e definitiva il processo di investimenti intrapreso per la sostenibilità ambientale della produzione».

Il presidente di Federacciai Alessandro Banzato esprime «forte preoccupazione» e auspica «che venga adottata una sospensiva di questa sentenza e che il Governo appena incaricato si adoperi per evitare lo spegnimento del più grande stabilimento siderurgico italiano». Il termine di 60 giorni concesso dal giudice amministrativo per ottemperare all'ordinanza sindacale scade il 14 aprile, ma l'azienda - che pure ha annunciato un ricorso al Consiglio di Stato - è chiamata comunque a predisporre entro quella data le procedure tecniche per una eventuale conferma allo stop degli impianti.

Il segretario nazionale Fim Cisl Roberto Benaglia ha dichiarato in una intervista radiofonica che «l'azienda ha già comunicato informalmente nel week end l'avvio della messa in sicurezza di alcune attività produttive». Anche la Procura di Taranto, a quanto si apprende, sta seguendo l'evolversi della vicenda dopo aver acquisito la sentenza del Tar che ha definito il pericolo per la popolazione legato alle emissioni del Siderurgico «permanente ed immanente». Nel provvedimento del giudice amministrativo si afferma che lo stabilimento, che ora vede lo Stato, tramite Invitalia, affiancare nella gestione ArcelorMittal, inquina ancora. E si puntualizza che nemmeno il rispetto dell'Aia comporta «di per sé garanzia della esclusione del rischio o del danno sanitario».

Secondo i sindacati metalmeccanici, che hanno già annunciato una richiesta di incontro al ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, chiudere l'area a caldo a Taranto significherebbe chiudere anche i siti di Genova e Novi Ligure, con il rischio di «perdere 20mila posti di lavoro».

Ultimo aggiornamento: 19:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA