In coda per entrare in fabbrica, ma il badge è disattivato: gli operai scoprono di essere in cassintegrazione. Caos all'ex Ilva

Sabato 16 Maggio 2020 di Alessio PIGNATELLI
È l'alba di quello che sembra un normale venerdì lavorativo. Normale in tutta l'assurdità di una fabbrica che dalla fase1 - tra la crisi dell'acciaio e la mazzata ulteriore della pandemia - non è mai ripartita. Davanti ai cancelli dello stabilimento siderurgico iniziano a formarsi le prime fila di operai per il primo turno. Non per tutti comincerà, però. Diversi di loro, increduli, vengono stoppati. Il badge è disattivato. Sgomento, incredulità. In alcuni di loro, anche la paura di aver ricevuto una sanzione visti gli ultimi precedenti. Niente di tutto questo.

Alla fine, un centinaio di operai scopre di essere in cassa integrazione a zero ore. Senza preavviso, o meglio avvertiti da una mail su un portale la tarda sera di giovedì. In tutto, sono circa mille gli addetti di ArcelorMittal - divisi tra i siti di Taranto nella stragrande maggioranza, Genova e Novi Ligure - ai quali è stata comunicato di essere coinvolti dall'ammortizzatore sociale improvvisamente. Questo significa che attualmente la platea di cassintegrati sale a circa 6mila persone. Gli ingressi in stabilimento a Taranto sono quindi intorno alle 2mila unità, numeri mai visti. E mai viste sono state le modalità con cui si è arrivati a quest'ultimo avviso. Perché proprio giovedì pomeriggio c'era stato un incontro in azienda con i sindacati per spiegare il fermo di altri impianti ma l'argomento ulteriore cassa non era stato minimamente toccato.

A distanza di qualche ora e con irrituali metodi, la stangata. Il corto circuito di ieri mattina è presto spiegato: sulle mille lettere inviate tramite mail o portale aziendale, i cento operai del primo turno non hanno neanche fatto in tempo a leggerle. Semplicemente, chi aveva il primo turno e si doveva presentare alle 6 del mattino alle portinerie, magari dormiva. Anche questo, forse, un diritto divenuto esclusivo. C'è di più: tra i cento sbigottiti di ieri, alcuni lavoratori provenivano dalle province di Bari, Lecce e Brindisi. Si sono sobbarcati un viaggio in pullman di oltre un'ora per poi ricevere l'amara sorpresa. Secondo i sindacati, l'azienda si è premunita invece di annunciare telefonicamente la collocazione in cassa a coloro che sarebbero dovuti entrare in fabbrica alle 23 di giovedì sera per il turno di notte. La chicca è che in alcuni casi non è precisata la data di rientro: all'oscuro di tutto e in cassa fino a data da destinarsi. E con un salario che scenderà a 970 euro per molti di loro. Non finisce qua: anche per i dipendenti di Taranto Energia - l'imprescindibile centrale interna che fornisce energia elettrica e vapore allo stabilimento ex Ilva - scatterà la cassa. Lo hanno saputo ieri ma non hanno ancora capito le modalità dato che in quel caso è assolutamente necessaria una rotazione per presidiare il sito.

Giusto per definire meglio il clima, i turnisti delle officine e dei magazzini hanno scoperto invece che si trasformeranno in normalisti. Significa che lavoreranno su orari canonici e non più su turni perdendo le varie indennità. Sembra quasi un liberi tutti, questa è l'impressione all'interno dell'azienda. Ormai chiara da tempo, cioè da quando impianti fondamentali sono stati fermati e non è per nulla prevista una ripartenza. Afo2, Acciaieria 1, praticamente quasi tutta l'area a freddo: lo stabilimento di Taranto è paralizzato e non va meglio negli altri siti. A Novi Ligure l'azienda sta fermando gli impianti per mancanza spedizioni a soli tre giorni di distanza dall'annunciata partenza della Elettrozincatura, inspiegabilmente bloccata. A Genova è stata fermata la Banda zincata. A Salerno tutta la produzione è ferma dal 23 marzo per emergenza Covid-19. Sembra tutto rientrare in una strategia aziendale. Il 4 marzo, tra governo e Mittal si siglò una pace che sterilizzava il contenzioso legale e dava il la a una nuova ripartenza. Ad oggi, mai così lontana dall'Italia. Ultimo aggiornamento: 16:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA