Biomonitoraggio sulle tarantine
Picchi di naftalina nelle urine

Biomonitoraggio sulle tarantine
Picchi di naftalina nelle urine
Naftalina nelle urine delle donne di Taranto e di Statte. È questo il risultato più significativo emerso, a sorpresa, delle analisi fatte dal Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto, nell’ambito di uno studio di biomonitoraggio e tossicità degli inquinanti presenti sul territorio, su un campione di 120 donne residenti in città e nel vicino comune di Statte.
«Una rilevazione - spiega il dottor Michele Conversano responsabile del Dipartimento di prevenzione della Asl jonica - che ci ha spiazzato. Il Naftalene, più comunemente definito naftalina, è una sostanza cancerogena di categoria 3, ma non sappiamo da cosa è prodotta. Di questo abbiamo informato l’Arpa che dovrebbe già aver predisposto le proprie analisi».
L’indagine, avviata dall’Istituto Superiore della Sanità (Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria) è partita per verificare l’interazione tra esposizione ad inquinanti ambientali (diossine, PcB e Ipa) e le caratteristiche genetiche relative ad enzimi coinvolti nella biotrasformazione degli stessi inquinanti sulla salute riproduttiva femminile, specificamente nell’insorgenza di endometriosi.
«Si tratta - spiega la dottoressa Tatiana Battista che ha partecipato allo screening - di una patologia la cui insorgenza, pur dipendendo da alterazioni del sistema immunitario, endocrino e da una possibile predisposizione genetica, può essere causata da una serie di fattori tra cui l’esposizione a contaminati ambientali. Attraverso questo progetto si è inteso verificare la correlazione tra fattori genetici ed esposizione ad alcuni inquinanti ambientali ad elevata persistenza e tossicità in relazione all’insorgenza di endometriosi».
 
L’indagine si è articolata in due momenti: il primo ha coinvolto pazienti con diagnosi laparoscopica di endometriosi (gruppo dei casi) e di un gruppo di donne sottoposte a laparoscopia per motivi medici diversi (gruppo dei controlli).
A partire dagli archivi sanitari della Asl di Taranto nel periodo compreso dal secondo semestre dell’anno 2010 all’anno 2014, le donne sono state selezionate sulla base delle caratteristiche di interesse previste dallo studio: età di riferimento compresa tra 20 e 40 anni, residenza nell’area di Taranto o Statte da almeno 10 anni, non aver mai allattato.
Sono state arruolate 60 donne nel gruppo dei casi e 61 donne nel gruppo di controllo.
«Alle donne che hanno accettato il prelievo ematochimico e l’intervista - chiarisce Michele Conversano - sono stati preliminarmente sottoposti il modulo di consenso informato, l’informativa sulla tutela dei dati personali e un questionario atto a documentare l’esposizione».
I prelievi sono stati eseguiti dal personale infermieristico del Dipartimento di Prevenzione di Taranto presso sedi ambulatoriali di Taranto e Statte e nella Struttura Complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale SS Annunziata di Taranto. Il reclutamento delle donne è stato avviato nel mese di febbraio 2015 e si è concluso nel maggio 2016.
[EMPTYTAG]I campioni biologici (sangue e urine) sono stati analizzati al Reparto di Chimica Tossicologica e al Reparto Meccanismi di Tossicità dell’Istituto Superiore di Sanità.
«Ora - afferma Conversano - al di là dei livelli di concentrazione delle diossine e Pcb rilevati a Taranto, che peraltro risultano in linea con quelli accertati dallo studio “Womenbiopop” su scala nazionale. Per tutti gli inquinanti, non si è osservata una differenza significativa di concentrazione fra donne con differente stadio (III o IV) di endometriosi».
Nello studio condotto dalla Asl jonica si evince quindi che “Il confronto dei valori di concentrazione osservati con quelli rilevati in un gruppo di donne che partecipano a uno studio attualmente in corso in Piemonte indica, per le donne di Taranto, valori mediamente più elevati di alcuni idrossi-IPA (2-OH-naftalene e 1-OH-pirene )”.
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sabato 11 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 14:14