Niente patteggiamenti per le due società originariamente coinvolte nel processo “Ambiente svenduto”: Ilva Spa e Riva Forni elettrici.
La Corte d’assise presieduta dal dottor Giuseppe Licci ha respinto, dichiarandole inammissibili, le richieste di applicazione della pena avanzate dai legali delle due società, una delle quali (Ilva Spa) è in amministrazione straordinaria.
Il “no” alle istanze è giunto ieri mattina nell’aula Emilio Alessandrini, allorchè la Corte (giudice a latere dottoressa Elvia Di Roma) si era ritrovata a decidere sulle richieste formulate dai legali.
In sintesi, la Corte non ha ritenuto ammissibile le richieste di patteggiamento in quanto i reati di cui rispondono le persone fisiche e in base ai quali le società sono chiamate a rispondere in via amministrativa “non sono patteggiabili”, «vista l’estrema gravità e pluralità dei reati».
Peraltro, ha osservato la Corte, «nemmeno si versa nelle ipotesi di illeciti amministrativi dipendenti da reato, puniti in concreto con la sola pena pecuniaria».
Sia come sia, e a tutto voler concedere, ha spiegato la Corte, anche se non fosse presa in considerazione la questione di inammissibilità, da paletto insormontabile lo farebbero le pene concordate dalla difesa con la procura.
Pene che, al cospetto di fatti così gravi, sono da considerare del tutto inadeguate.
Tornado al provvedimento, la Corte ha spiegato che la natura stessa della richiesta di patteggiamento avanzata dalla società Ilva Spa confligge con il principio sancito dalla giurisprudenza di legittimità.
L’Ilva Spa, infatti, ha richiesto oltre alla sanzione pecuniaria quella della interdizione dell’attività sino a otto mesi, sostituita con la misura alternativa del commissariamento giudiziale, nonchè quella della confisca del profitto per equivalente per un importo totale di oltre 241 milioni di euro.
Al contrario, proprio la Cassazione, con due decisioni a sezioni unite, ha stabilito che l’ammissibilità del rito premiale è subordinato a sanzioni che non siano ulteriori rispetto a quella pecuniaria.
Per la Corte, medesimo ragionamento vale in riferimento all’istanza avanzata nell’interesse di “Riva Forni elettrici Spa” «che cumula l’applicazione della sanzione pecuniaria a quella interdittiva a carico dell’ente».
In ogni caso, ha appunto ulteriormente argomentato la Corte, «pure al netto di imprescindibili valutazioni preliminari di ammissibilità delle richieste di applicazione della sanzione», le pene concordate con la procura sono da ritenere di entità esigua.
La Corte ha infatti evidenziato che le pene «paiono inadeguate e non affatto rispondenti a doverosi canoni di proporzionalità rispetto alla estrema gravità dei fatti oggetto di contestazione».
La decisione della Corte, che i legali dei commissari del governo e della società Riva Forni elettrici stanno vagliando in tutti i loro aspetti, con possibilità di ricorso straordinario in Cassazione, ricolloca le due società nel maxi-processo che il 12 luglio farà registrare, nell’aula Emilio Alessandrini, una nuova udienza.
Ilva e Riva, niente patteggiamenti: «Reati troppo gravi e le pene concordate sono inadeguate»

di Lino CAMPICELLI
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Sabato 1 Luglio 2017, 05:30 - Ultimo aggiornamento: 13:31
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