“Ambiente svenduto”, la Procura chiede 25 e 28 anni di carcere per Nicola e Fabio Riva. Per Vendola chiesti 5 anni, per Archinà 28 anni. Confisca di 2,1 miliardi e degli impianti

Mercoledì 17 Febbraio 2021 di Mario DILIBERTO
Un momento del processo "Ambiente Svenduto"

Ventotto anni per Fabio Riva, 25 per Nicola Riva. Queste le richieste di condanna formulate dai pm, per i principali imputati al processo Ambiente Svenduto, con al centro il disastro ambientale contestato all'Ilva di Taranto negli anni in cui era gestita dal gruppo Riva. Le richieste sono state presentate poco fa nel corso della nona udienza dedicata alla lunga requisitoria dei pubblici ministeri.​ ​Altri 5 anni sono stati richiesti per l'ex governatore pugliese Nichi Vendola e 28 anni di carcere per Girolamo Archinà, ex responsabile dei rapporti istituzionali. Tra le altre richieste, per l'ex direttore Luigi Capogrosso la richiesta è di 28 anni, 17 invece per l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, 4 anni per l'ex presidente della Provincia Gianni Florido e per l'ex assessore provinciale Michele Conserva; 8 mesi per l'assessore regionale Donato Pentassuglia e per l'ex assessore regionale alle politiche giovanili Nicola Fratoianni, accusati di favoreggiamento, prescrizione per l'ex sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno.  Un anno per l'ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, chiamato a rispondere di favoreggiamento.

La Procura inoltre ha chiesto la confisca degli impianti dell'ex Ilva oggetto del sequestro preventivo del 25 luglio 2012 e la confisca di 2 miliardi e 100 milioni quale equivalente di illecito profitto in capo alle società coinvolte.

Le richieste sono state lette in aula dal pm Mariano Buccoliero. Prima di avviarsi alla lettura il magistrato ha sostenuto che quello con il gruppo industriale per Taranto si è rivelato un "abbraccio mortale".

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La lunga requisitoria dei pm ha impegnato ben nove udienze, durante le quali si sono alternati i magistrati Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano. Accanto a loro, durante la requisitoria, spesso ha preso posto anche il procuratore aggiunto Maurizio Carbone. Le richieste dei pm rappresentano un momento cruciale per il procedimento che sta inquadrando la gestione della grande fabbrica dell'acciaio nei 17 anni nei quali è stata di proprietà del gruppo Riva. E in aula, nei giorni scorsi, è toccato al pubblico ministero Remo Epifani accendere i riflettori anche su un altro capitolo dei rapporti tra Ilva e politica.

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La tutela degli interessi dell'Ilva, secondo il pm Epifani, negli anni prima del sequestro dei reparti dell'area a caldo trovò sponda anche in Provincia. E in particolare nell'ex presidente Gianni Florido - per il quale la Procura ha chiesto la condanna a 4 anni di carcere - e nell'ex assessore all'ambiente Michele Conserva. Questa, infatti, la tesi illustrata dal pubblico ministero Remo Epifani nel corso nella sua requisitoria, giunta nella giornata di ieri alle battute finali con le richieste di condanna per i Riva. Il magistrato dopo aver spiegato nell'udienza di lunedì il rapporto che gli industriali avrebbero allacciato con la presidenza della Regione, all'epoca guidata da Nichi Vendola, si è soffermato sulle contestazioni rivolte agli ex vertici della Provincia. Sotto la lente di ingrandimento, quindi, le accuse rivolte all'ex presidente della Provincia Gianni Florido, ieri presente in aula come è avvenuto praticamente nel corso dell'intero processo. Nel dettaglio, il pm ha inquadrato le vicende relative alla richiesta, avanzata da Ilva, di autorizzazione della discarica Mater Gratiae per lo smaltimento di rifiuti pericolosi. Un'operazione che all'azienda avrebbe comportato un grande risparmio, eliminando la necessità di rivolgersi all'esterno con costi esorbitanti, per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi della grande fabbrica. Quella istanza di autorizzazione, però, si infranse sull'opposizione del dirigente del settore ambiente della Provincia Luigi Romandini, contrario al rilascio del semaforo verde in ragione dell'assenza dei pareri di Arpa e Asl. Su quella pratica, però, ha sostenuto il pm da quel momento partirono «le pressioni di Florido per spingere Romandini a mutare atteggiamento». E per sostenere la vicinanza dell'ex presidente alle richieste portate in Provincia dall'ex responsabile dei rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, il pm ha ricordato la deposizione in aula dello stesso Romandini, che si è costituito parte civile in giudizio, ma anche il contenuto di diverse intercettazioni telefoniche e ambientali. Il magistrato ha sottolineato come Archinà «frequentasse assiduamente gli uffici della Provincia» e come lo stesso Romandini abbia raccontato in aula di vivere con disagio quella situazione.

Nel caso della Mater gratiae, inoltre, il magistrato ha sottolineato le insistenze dell'ex presidente Florido su Romandini per spingerlo ad autorizzare la discarica, cosa che il dirigente non fece. «Si arrivò - ha detto il pm - a suggerire di autorizzare il sito con riserva» in ragione di pareri dei quali però non si poteva fare a meno. Si è giunti così, ha detto ancora il pm, a «provvedimenti adottati in assenza di condizioni di legge», ma anche a «minacce di sollevazioni dall'incarico» verso i funzionari e i dirigenti della Provincia di Taranto invitati anche a dimettersi. Il pm ha ricordato che a Romandini venne fatta balenare la possibilità di trovarsi «duemila persone sotto casa» e lo stesso Florido gli avrebbe detto, a proposito di un suo possibile spostamento ad altro incarico, che «gli era stato chiesto». Epifani ha sottolineato più volte il ruolo svolto in queste operazioni da Archinà. «Nella Provincia - ha sostenuto - Ilva agiva attraverso la figura di Archinà, figura di primo piano di questo processo», chiamato a seguire «gli affari, anche illeciti dell'azienda. Di Archinà - ha concluso - Ilva non poteva fare a meno».
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Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 06:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA