Prandelli: c'è troppa fretta di ripartire. Speriamo che non si sbaglino i tempi

Mercoledì 22 Aprile 2020 di Antonio IMPERIALE
Cesare Prandelli in una recente visita a Porto Cesareo
LECCE I giorni del dubbio. E qualcuno parla anche di un “calcio sul Titanic”. O magari del “buio oltre la siepe”. Il coronavirus non regala certezze sul domani. «Tira ormai aria di ripresa - dice Cesare Prandelli -. C’è tanta voglia di ricominciare. Io ho la sensazione che si voglia fare in fretta. Speriamo che non si sbaglino i tempi. Il calcio va di pari passo con la vita di tutti i giorni. Cambierebbe poco se si aspettasse ancora un po’ per capire meglio dove va il virus». Parla al telefono, l’ex cittì della Nazionale, secondo agli Europei del 2012, terzo alla Confederations Cup del 2013. Parla da Firenze, Prandelli, le videochiamate accese sulla sua Orzinuovi, fra Brescia e Cremona, dove il coronavirus ha seminato lutti senza pietà. A Orzinuovi, terreno bresciano, tredicimila abitanti, il maledetto Covid-19. «Si è portato via uno dei miei amici più cari, tanti altri hanno sofferto negli ospedali e per fortuna ce l’hanno fatta. È tutto assurdamente terribile». Ad Orzinuovi c’è la premurosa mamma Albina, che ora ha novant’anni. C’è anche suo figlio Niccolò, già preparatore atletico nella sua Nazionale, ora nello staff del Bologna, con moglie e prole. «La casa di Orzinovi è più grande. Un mese fa è nato Edoardo, l’ultimo dei suoi tre figli, dopo Ermanno e Francesca. Li vedo ogni giorno al telefono, la gioia dei nipotini aiuta a vivere questi giorni, regala la fiducia nel domani».
L’orticello toscano, la cura degli ulivi per riempire le giornate interminabili, le riflessioni su un calcio che sembra non sappia dove andare. «È tutto un insieme di interrogativi - dice Prandelli -. Mi pare tutto maledettamente complicato. Penso alle indagini mediche sanitarie che non riguardano solo i calciatori, ma medici, fisioterapisti, accompagnatori, tutti coloro che ruotano intorno, penso al bisogno di tanti tamponi, penso al fatto che solo una decina di squadre dispone di un proprio centro sportivo, penso a che cosa può accadere se si accende un altro caso e se, una volta partiti, qualcuno si scopre positivo, sarebbe come tornare al punto di partenza, tutto si farebbe più difficile. Gli scienziati predicano attenzione, non possiamo caricare di apprensione le giornate del pallone, allenarsi, andare in campo con la paura addosso, il calcio è gioia, è liberazione. Le porte chiuse mettono una grande tristezza. Sì, forse è meglio essere un po’ più sicuri. Ripartire è giusto, ma bisogna essere più certi dei tempi. E ragionare senza pensare ai propri tornaconti, ci vuole una linea comune, condivisa».
Nel calcio che vuole ripartire si parla anche di promozioni per sorteggio dalla serie C alla serie B. «Le sentenze che contano non possono che essere quelle del campo, che rispettano i valori di una stagione che comunque risentirà della lunga pausa. Ogni squadra magari avrà una sua ripresa».
E una volta fuori dal tunnel niente sarà più come prima, non solo nel calcio. «Il Paese ha subito uno tsumani, un dramma enorme. Ci riprenderemo tutti, e dovremo resettare il tempo, le priorità vere, la natura ci ha fatto capire molte cose. Dovremo rispettarla molto di più di quanto abbiamo fatto sino ad oggi. Dobbiamo batterci per i mari e cieli puliti. Dovremo rilanciare sino in fondo la ricerca, gli ospedali, le scuole. Dobbiamo rivedere anche l’idea, la logica stessa dello sport. Il calcio andava troppo veloce, come la vita. È importante, fa parte del nostro vivere quotidiano, ma è diventato quasi un frullatore, chi ci entra viene fagocitato da questo meccanismo. È un calcio che ha smarrito il senso della dimensione umana. Nel dopo Covid bisognerà riportare l’uomo al centro. Ed il calcio potrà recuperare il suo ruolo più vero».
                                                                                                                        Ultimo aggiornamento: 11:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA