Nibali, lo “squalo” sui pedali che riscatta tutto il Sud: «Ma ci vuole sacrificio»

Vincenzo Nibali
Vincenzo Nibali
di Antonio IMPERIALE
6 Minuti di Lettura
Domenica 31 Gennaio 2016, 21:08
Forse chissà, l’anno prossimo, il 2017, nella Puglia che ha il respiro profondo del Sud che lo accompagna ovunque, da quando ha dovuto lasciare la sua Messina per diventare un grande, in giro per il mondo, sui podi dove alza i trofei che gridano la voglia di riscatto della sua terra, nella Puglia portafortuna dove vinceva da ragazzino, Vincenzo Nibali potrebbe fermarsi più a lungo, magari coronato con i cinque cerchi olimpici di Rio, il sogno più grande per quest’anno che è appena iniziato. Ci sarebbe una sorta di impegno fra il governatore pugliese Michele Emiliano e Tommaso Dipalma, sindaco di Giovinazzo, per portare nella nostra regione il Giro d’Italia. Un progetto ambizioso. Una giornata di gennaio, con la primavera nel cuore dell’inverno, che si è fatta evento in due comuni pugliesi, Giovinazzo e Tuglie, che gli intitolano una pista ciclabile ed una scuola di ciclismo, dove incontra folle, ragazzi che lo guardano con gli occhi sognanti, dove mette in azione la generosità della gente a favore della ricerca per vincere la distrofia muscolare. Una giornata che si caricherebbe di futuro, se la corsa rosa dovesse arrivare qui.

Camicia di jeans grigio cielo, barbetta rossiccia sulla faccia andalusa, per dirla con Gianni Mura, era arrivato così con Tommaso Dipalma, col suo fraterno amico messinese Lillo La Rosa, uno che - ci dice - aveva il nonno, stesso nome del suo, che negli anni Trenta correva da professionista indipendente per il Partito Nazionale Fascista. Ai “Giardini Raimondi” di Sannicola, l’Anselmo proprietario e la brava Marta che gli portava al tavolo “minchiareddhri ai frutti di mare” vivevano l’emozione di chi sta incontrando la Storia, nonostante il campione sapesse tanto di acqua e sapone. E l’umiltà sgorgava senza sosta via-via che cercavamo di farci raccontare se stesso, lo “squalo” dello Stretto.
Cosa prova un ragazzo del Sud che a 31 anni è stato campione nazionale, ha vinto il Giro d’Italia, la Vuelta spagnola, il Giro di Lombardia, cosa prova mentre alza il trofeo nei Campi Elisi, trionfatore del Tour de France, sedici anni dopo l’ultima volta di un italiano con Pantani, nel Gotha dei più grandi, un’impresa riuscita solo a Gimondi, unico italiano, e poi Merkx e ancora Hinault?
«Provo una gioia infinita, l’orgoglio per la mia terra, il senso profondo della mia formazione, l’importanza della mia famiglia, l’importanza di crederci. Il fatto che io abbia fatto carriera partendo dal Sud è il segno che ce la possiamo fare anche noi. Certo, non è facile. Ci vuole forza, sacrificio, lealtà».

Provi a ricordare un uomo del Sud che abbia fatto grandi cose nel ciclismo, magari un siciliano...
«Vito Taccone fu un abruzzese che fece bene e anche simpatia. La sua non fu magari una carriera di trionfi, ma fu un altro segnale significativo. In Sicilia? Mi piace ricordare Giovannino Corrieri, messinese come me. Dovette fare i conti con la Guerra. Alla fine del conflitto riprese a correre nella Legnano con Bartali, prezioso gregario, lui che si raccontava fosse tifoso di Coppi. Vinse sette tappe al Giro d’Italia e tre al Tour de France. Nel 1948 arrivò, da vincitore di tappa, nell’ultimo atto del Tour al Parco dei Principi a Parigi. La nostra storia ha avuto qualcosa in comune. Anche Giovannino, il più vecchio corridore vivente con i suoi 95 anni, lasciò Messina per andare in Toscana, a Prato, per fare ciclismo ad un certo livello. Io avevo sedici anni quando ho lasciato Messina per andare vicino ad Empoli».

Perché anche i sogni dei ciclisti possono fiorire solo al Nord?
«Per fare una certa carriera fuggono i giovani “cervelli”, ma fuggono anche i ciclisti e non solo. Il motivo è sempre lo stesso. Le grandi aziende sono al Nord, come le innovazioni, come i grandi sponsor. È difficile immaginare una grande casa ciclistica da noi. Il Sud è penalizzato in tutto. Purtroppo in questo senso restiamo periferia lontana. È difficile crescere, perché non essendoci corridori di alto livello non hai la possibilità del confronto. E l’emigrazione è obbligatoria. Con tutto ciò che comporta. Io ho dovuto lasciare la famiglia in Sicilia. È un problema».

Al Sud qualche volta qualcuno ci prova. Monteroni, nel Salento, ha un velodromo che ha ospitato i mondiali su pista. Poi è rimasta una cattedrale nel deserto.
«È il dramma del Sud. È la mancanza di un progetto e della capacità di reggerlo. Stessa cosa a Palermo. Ci facevano dentro i concerti ed hanno rovinato tutto».

La Toscana, Arezzo, ma da ultimo lei vive a Lugano. Per quale ragione?
«La mia società attuale ha sede in Lussemburgo e prevede degli accordi specifici, i miei manager hanno la sede a Chiasso, i direttori sportivi sono di Brescia e Bergamo. Ci alleniamo nella zona del Ticino. La posizione è baricentrica, è anche il segno positivo della globalizzazione».

C’è un problema doping nel ciclismo?
«Il doping purtroppo è un problema che riguarda tutte le discipline. Nel ciclismo mi pare che ci siano controlli più serrati, un rigore meglio organizzato».

Il calcio avvolto negli scandali a diversi livelli, adesso la storia dell’evasione fiscale. Nel ciclismo come stanno le cose?
«Nel ciclismo i nostri contratti fatti al lordo, sono standardizzati dalla Usi».

Come concilia Lugano con Messina?
«Devo anche conciliarla con la Ciociaria, mia moglie Rachele è della provincia di Frosinone, ed abbiamo una splendida figlia, Emma. Provo a conciliare tutto, Lugano, Fiuggi, Messina. Per me la famiglia è tutto. Oltre la corsa, solo la famiglia, il senso della vita».

Il suo amico Lillo LaRosa ci ha detto che la sua fortuna è stata quella di crescere, come si dice in Sicilia, a “granita con la panna ed arancini”. E di avere il grande papà Salvatore innamorato della bicicletta ed una mamma come la signora Giovanna. Questo suo ciclismo etico, senza inganno, viene da lontano?
«La mia fortuna è stata una famiglia straordinaria. Con me c’è anche Emma, mia sorella, e Antonio, contagiato anche lui dalla bicicletta, anche lui ciclista. È stato papà, innamorato della bici, a trasmettermi la passione. Mi piaceva correre per la mia Isola. Da piccolo ero un rompiscatole. E mamma e papà mi mandavano in bici a scaricarmi. Ora sono lì - nel negozio diventato più grande, ma sempre di fronte all’Università di Messina - che mi aspettano. Vivere una giornata a Giovinazzo e a Tuglie, è stato come essere a casa mia. Con Tommaso Dipalma, i sindaci dei paesi, e Rocco De Santis e Giovanni Saccomanno, appassionati artefici della Scuola ciclistica tugliese. È un Sud che non si rassegna».
“Di furore e lealtà” è il titolo del libro nel quale Nibali si racconta, con Enrico Brizzi. Un ragazzo agitava la copia, mercoledì, davanti alla targa davanti al ciclodromo tugliese. Vincenzo la firmava. «Ce la possiamo fare», ripeteva, stringendo la mano al ragazzo.
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA