L'analisi/Lecce, squadra e tecnico da tempo smarriti. Basta buonismo, ora serve la ferocia

L'analisi/Lecce, squadra e tecnico da tempo smarriti. Basta buonismo, ora serve la ferocia
di Giovanni CAMARDA
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 19 Maggio 2021, 05:00

Una parola buona al Lecce non si nega mai. È da un mese e mezzo che la squadra allenata da Corini è pressoché scomparsa, eppure i toni sono sempre edulcorati, cauti, ovattati. La sconfitta di Venezia? Sì, ma si può ancora recuperare. La promozione diretta gettata nella spazzatura? Sì, però c’è la possibilità di salire con i play off. Il tonfo in casa con il Cittadella? Sì, ma a Monza si può rimettere tutto a posto. L’obiettivo terzo posto fallito contro un Empoli già sazio? Sì, però non è detto che sia decisivo.
C’è sempre un “sì, però” nella striscia da incubo del Lecce, anche adesso che l’inutilità (se non la dannosità) di tanta indulgenza dovrebbe essere palese a tutti. Anche perché, al di là delle pessime prove dell’ultimo periodo, il vero limite dei giallorossi pare risiedere proprio nell’atteggiamento mentale di una squadra floscia, impaurita, incerta. Sembra che abbiano persino timore di danneggiare il manto erboso, a giudicare dall’impalpabile incedere sul campo contro avversari che, obiettivamente, sono di un livello inferiore, Venezia compreso.
Forse è già tardi o forse no, tuttavia sarebbe questo il momento giusto - l’ultimo - per provare a scuoterli un po’, questi ragazzi perbene del Lecce, questi professionisti inappuntabili che però si sono smarriti da un pezzo, vanificando un patrimonio tecnico enorme insieme con un consistente vantaggio. Cinque sconfitte nelle ultime sette dicono inequivocabilmente che ci sono problemi grandi e grossi, a prescindere dalla variabile delle defezioni con la quale devono fare i conti anche gli altri.


La prima considerazione che verrebbe da fare è che il Lecce nei momenti di difficoltà fa fatica a reagire. Un dato per certi versi curioso se si valuta il bagaglio di esperienza e di personalità di un gruppo che può contare su non pochi profili da leader. C’è gente - come Lucioni, Mancosu, Maggio - che certo ne ha viste e vissute tante, eppure sembrano anche loro come intontiti, incapaci di trascinare il gruppo a sfoderare una qualsiasi reazione, anche con un gesto, un urlo, un’occhiataccia. Invece niente, si va sotto e tutto prosegue come se nulla fosse, come se la prospettiva di perdere non dovesse al contrario scatenare un moto di rabbia feroce. C’è un’apatia nel Lecce che a volte disturba e sconcerta. Ed è evidente a tutti che, a questo punto, parlare di moduli, scelte di formazione e schemi suona un po’ stonato: i limiti sono chiaramente altri.
Resta così l’interrogativo di fondo: che cosa è successo?, cosa è cambiato in un Lecce che l’altra sera al Penzo non è riuscito a far valere nemmeno la maggiore freschezza rispetto ad un avversario passato ai quarti dopo un gara finita ai supplementari? E dove è finita la formazione che a lungo ha impressionato per il suo calcio brillante e incisivo?


Inevitabile diventa così valutare il ruolo e l’influenza di Corini sulla squadra, non tanto sotto il profilo prettamente tecnico ma nel suo complesso, nell’approccio anche psicologico che ha con i giocatori, in quello che riesce o non riesce a trasmettere sul piano motivazionale. Una questione di feeling con lo spogliatoio ma anche di personalità e di carisma. Corini è, indubitabilmente, un allenatore molto preparato, capace, moderno. Una persona a modo. È riuscito a dare al Lecce un gioco organizzato, convincente, spesso spettacolare. Da questo punto di vista non lo si può assolutamente discutere. Tuttavia, l’ex tecnico del Brescia da un po’ di tempo in qua sembra aver perso la bussola. Di sicuro, da come parla nelle occasioni pubbliche, appare in grave difficoltà, disorientato rispetto al quasi nulla che i suoi producono. Definire buona la prestazione di Venezia è emblematico di una fase che evidentemente non sta riuscendo a gestire e forse a comprendere. Ma lui sa che quella partita è stata tutt’altro che buona, sa che non si può far girare palla a due all’ora, sa che la produzione offensiva del Lecce è stata prossima allo zero. E sa, perché lo ha visto, che gli altri sembravano avere più gamba, più agonismo, più voglia. Quindi, che cosa ha visto di buono Corini nella prova dei suoi, oltre al risultato (che avrebbe potuto assumere proporzioni molto più vistose)? Due sole le possibilità, entrambe preoccupanti: o Corini è davvero convinto di aver ammirato un Lecce all’altezza, il che farebbe scattare un allarme fragoroso in società. Oppure ha preferito, ancora una volta, non inchiodare la squadra alle proprie responsabilità, magari per non turbare troppo i giocatori. Con quali disastrose conseguenze si è visto nell’ultimo mese e mezzo. In un caso o nell’altro il Lecce deve fare qualcosa, anche se mancano meno di 48 ore alla semifinale di ritorno. Si attende una mossa della società, utile a esplicitare un concetto molto semplice, a dispetto delle dichiarazioni di facciata: se una squadra così dotata, un gruppo tanto carico di talento, non riuscisse a conquistare la promozione in un campionato ampiamente alla sua portata, sarebbe un madornale spreco. Per molti versi inaccettabile nel torneo che ha già mandato in serie A la Salernitana. Il sospetto è che aver sempre cercato di tenere il Lecce al riparo dalle pressioni alla lunga abbia cloroformizzato un gruppo che invece andava ogni tanto anche stimolato diversamente. Per fortuna fino a domani sera un Lecce migliore è ancora possibile: basta dirselo con un po’ di convinzione anche usando modi e lessico che sarebbero banditi a Oxford.

© RIPRODUZIONE RISERVATA