Passione e visioni, così il Lecce entrò nel futuro

Domenica 21 Luglio 2019 di Giovanni CAMARDA
In fondo è un cerchio che si chiude. Lui che se ne va con il Lecce di nuovo in serie A, vale a dire in quella che negli anni della sua gestione, dal 1994 al 2012, era diventata la collocazione naturale del calcio giallorosso, non più l'evento da elevare a miracolo sportivo. È come se ne fosse stato rassicurato, quasi che l'ultima promozione lo avesse liberato di un peso.
Lo scandalo, i processi, le accuse, le offese, la condanna (del Lecce, del figlio Pierandrea, di una comunità intera): in fondo vittima pure lui, aveva tuttavia sopportato tutto con enorme dignità e con amore se possibile ancora più grande, prepotente, incoercibile. Poi, finché ha potuto e sebbene ferito dagli schiamazzi di qualche webete, ha continuato a seguire il Lecce dal vivo, a dispetto delle prescrizioni e dei divieti dei medici ai quali, semplicemente, non dava alcuna importanza. Non se di mezzo c'era il Lecce.
Una passione sconfinata, esplosa quasi cinquant'anni fa, agli albori della gestione di Jurlano. Giovanni Semeraro era già lì, non da primattore ma da folle innamorato, da corteggiatore in attesa di un sì. Inevitabile che cogliesse poi l'occasione di farsene carico nel momento del bisogno, quando s'era ormai capito che, dopo Jurlano, a Lecce nessun altro avrebbe potuto farcela. Stessa passione del vulcanico Franco, ma modi differenti. Diversa soprattutto la vision, distanti l'ordine delle priorità, il senso delle scelte. Non solo una questione di facoltà, di mezzi, ma proprio una diversa interpretazione dell'impronta da dare ad una società di calcio, più moderna, professionale, oculata. Quindi anche formalmente più distaccata, nel rispetto dei ruoli. E con una stella cometa: individuare sempre le persone giuste di cui circondarsi, non tanto per legami affettivi (storico quello con Ezio Candido) quanto per la piena consapevolezza dei profili che andava a selezionare.
La crescita del Lecce - con lui divenuto non per caso un modello a livello nazionale, tanto da suggerire un docu-film Sky - si spiega soprattutto così. D'altro canto, molti di quei nomi hanno fatto in qualche misura la storia del calcio italiano e alcuni ancora la fanno. Partendo da Mario Moroni, il suo primo presidente, figura apprezzata anche in Lega e in Figc, come può testimoniare il suo curriculum. E poi suo figlio Rico, brillante, entusiasta, estroverso, portatore di un'umanità quasi contagiosa. Diverso caratterialmente da Pierandrea, di cui oggi si ricorda solo l'ultimo atto, l'esecrabile straripamento di un tifo che diventa patologia, sotterfugio e dispregio delle regole. Senza dimenticare Fenucci naturalmente, rimasto nel grande giro dopo Lecce, con la Roma e poi con il Bologna.
Ma quello di Semeraro, dei Semeraro, è stato anche il Lecce di Corvino, dei colpi di mercato, dei giovani valorizzati, dei risultati ottenuti, mai così straordinari nei 111 anni di storia giallorossa. E non solo per i campionati di A disputati, per i successi in casa di tutte le più grandi (Juventus, Milan, Inter), ma anche per la capacità di impiantare, sviluppare e affermare le qualità di un settore giovanile in quegli anni tra i migliori d'Italia, se non il migliore. Anche in questo caso basta carrellare sui nomi: Vucinic, Ledesma, Bojinov, giusto per citarne tre.
Giovanni Semeraro per primo aveva capito che l'investimento più remunerativo da fare era proprio quello sul vivaio, in termini tecnici, umani ma anche commerciali, valorizzando e vendendo per consentire al club di autofinanziarsi, per quanto possibile. Ovviamente, non poteva bastare quello. C'era bisogno anche di altre qualità: il carattere, il carisma, la personalità, doti naturali che non si allenano ma si intuiscono e si acquisiscono. Ne avevano, e ne hanno, personaggi che da Lecce hanno spiccato il volo o sono ripartiti con una forza e una competitività che in qualche modo si ritenevano svanite, sfumate. Si sono lanciati o rilanciati da qui, per dire, Palmieri e Lucarelli, Francioso e Zanoncelli, Lorieri e Conticchio, Sesa e Lima, Cassetti e Giacomazzi, Chevanton e Muriel, Cuadrado e Di Michele, e ce ne sarebbero tanti altri da ricordare. Anche tra gli allenatori: Ventura, Prandelli, Cavasin, Rossi, Di Francesco, Zeman, De Canio, Cosmi. Tutti hanno ricevuto grazie al Lecce di Semeraro una spinta straordinaria, non sempre premiata successivamente dal campo, ma forse proprio perché altrove non era facile trovare le stesse condizioni create da una proprietà di quel livello.
Non sorprende, quindi, che la notizia della sua scomparsa abbia immediatamente scatenato un diluvio di commozione e di gratitudine, di affetto e di nostalgia. Sentimenti che Giovanni Semeraro merita per aver dato al calcio giallorosso molto più di quanto ricevuto.


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