De Canio, ex allenatore: «Lecce, eguaglia pure il mio record»

De Canio, ex allenatore: «Lecce, eguaglia pure il mio record»
di Antonio IMPERIALE
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Venerdì 29 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 14:44

Magari già in serie A, il pomeriggio di domani. Magari con un colpo di Coda, il ventunesimo, per consegnarsi alla storia. Ne segnò proprio ventuno un Paolo Rossi che aveva solo vent’anni, al “Menti”, trascinando in serie A, nel cuore degli accesi anni Settanta, 1976-77, il Lanerossi Vicenza di Farina e di Gibì Fabbri, il grande maestro che si inventò centravanti il ragazzo che sarebbe diventato Pablito, ci avrebbe regalato il Mondiale del 1982, e ci avrebbe lasciato un anno fa, con il lutto nel cuore. Sarà il primo, Massimo Coda, a levare al cielo il trofeo che la Lega di B ha voluto dedicare a quel ragazzo che, appena sbocciato, regalava sogni al Veneto. «Coda merita ampiamente il “premio Rossi”, ha provato a portare il Lecce in A già l’anno scorso, segnando 22 gol, è già a quota 20 quest’anno e mancano ancora due partite al termine. Si profila un anno di successi straordinari per il Lecce: lo sbarco in A con il trofeo per il primo posto, che noi conquistammo nel 2009-2010», dice Gigi De Canio artefice di quella vittoria da primo della classe, con la Coppa delle Ali della Vittoria levata al cielo. Unica promozione da primo nella storia del Lecce.

I ricordi e la cavalcata

Che adesso può fare il bis. «Il nostro era il Lecce di Semeraro, un grande, il Lecce della novità di un allenatore manager che il presidente aveva voluto, il Lecce che veniva dalle difficoltà del post-retrocessione, che al passo incerto iniziale aveva fatto seguire una serie di vittorie, cinque in sei giornate, il Salento quell’anno aveva due squadre in B, c’era il Gallipoli. Furono importanti le operazioni di mercato, sempre con l’occhio al bilancio vorrei ricordarli tutti i miei ragazzi, mi piace ricordare un leccese che a Lecce ha giocato poi a lungo, Lepore, dalla Roma era venuto il giovane Bertolacci. Trovammo il passo, allungammo su tutte, e alla terz’ultima giornata contavamo già di brindare alla promozione in casa contro il Cesena. Sbagliammo tanti gol. A sorpresa perdemmo, Piangerelli piangeva, con gli altri ragazzi, nello spogliatoio. Al penultimo turno, pareggiammo a Vicenza contro i veneti di Maran, pareggiammo poi in casa con il Sassuolo di Pioli. Fu il trionfo». E aggiunge: «Questo è un altro Lecce, sapientemente costruito da Pantaleo Corvino, un grande maestro, uno che ha vinto tanto e vuole vincere ancora, grazie ai suoi ampi orizzonti, alla capacità di mixare l’esperienza con la gioventù di valore e grandi prospettive, ha un allenatore vincente, concreto, in Marco Baroni, che sa trasmettere valori ai giocatori, una società alla quale brucia ancora la mancata promozione della scorsa stagione e che rivuole ancora seriamente la serie A. Ha un presidente in Sticchi Damiani che ha conquistato la scena con gli altri soci, artefici di una società che vuole porsi come esempio. E’ un grande Lecce, è primo con merito in un campionato di grandi squadre. Che in A ci si vada da primo o secondo può essere relativo. Io sento che mi porteranno via il record dell’unica promozione in A da primo della classe. Sarò felice per il Lecce e a me resterà la gioia di essere stato con i miei giocatori il primo a vincere il campionato da capolista».

Il Vicenza, domani, poi il Pordenone al Via del Mare

I veneti, poi i friulani. Un finale tutto nordico. E chi ama il gioco delle coincidenze, sottolinea il colore della maglia dei friulani: neroverde come quella del Sassuolo. «Col Pordenone già retrocesso, potrebbe essere solo una passerella trionfale per Baroni e i suoi. Ciò che conta adesso è la trasferta di Vicenza che non è priva di insidie». Spera nel miracolo la squadra veneta, nell’aggancio ai play out. «Proprio il fatto che la squadra veneta si giochi tutte le speranze contro i salentini, credo che possa essere un fatto positivo per il Lecce. Perché un avversario che gioca con l’acqua alla gola scongiura il rischio di pericolosi rilassamenti. Accende le tensioni giuste. Il Lecce non si distrarrà di certo, teso a cogliere la vittoria per anticipare possibilmente la festa con il suo esercito di tifosi che saranno al “Menti”, nonostante le varie difficoltà incontrate». La “coda” del campionato, si sa, può riservare sempre sorprese. «Il Lecce aveva perso a Reggio Calabria, contro ogni previsione, con una partita scialba; è accaduto poi qualcosa di incredibile proprio nell’ultimo turno, quando il Crotone, ricordatosi di essere una squadra partita con obiettivi di grandezza e poi retrocessa, ha travolto la Cremonese, il grande Benevento ha steccato in casa, il Monza ne ha presi quattro a Frosinone, un solo pari casalingo per il Brescia di Corini, una sorta di debacle collettiva. Il Lecce peraltro avrà memoria lunga, perché quel suo togliere, da già retrocessa, lo scudetto alla Roma con il 3-2 all’Olimpico del 20 aprile 1986, rimane un ammonimento per tutti nella storia del calcio». Era la penultima giornata, era il Lecce di Eugenio Fascetti. Ma questa è davvero un’altra storia. Un film bellissimo. Che, come ha detto Lucioni, chiede solo che sia scritto il gran finale.

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